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Abolire la famiglia, il manifesto di Sophie Lewis – Il Riformista

Il saggio

Filippo La Porta — 3 Novembre 2022

Abolire la famiglia, il manifesto di Sophie Lewis

Abolire la famiglia? Forse farebbe bene alla neoministra della Famiglia, Eugenia Roccella, leggere Abolish the family. A manifesto for care and liberation (da poco uscito e disponibile su Amazon), di Sophie Lewis. La mia non è una provocazione, come tenterò di spiegare.

L’argomentazione della scrittrice e accademica americana potrebbe piacere molto al direttore di questo giornale, in quanto prende spunto dalla teorica dell’abolizione della prigione Ruth Wilson Gilmore, per la quale l’abolizione della prigione non è solo una fine, ma la creazione di qualcosa di nuovo: la vera giustizia.

Così la “abolizione della famiglia”, qui predicata, non sarebbe tanto la fine di qualcosa ma l’invenzione di qualcosa di nuovo: una vera cura dei bambini, delle relazioni personali autentiche, una espansione della nostra affettività! Si è mai chiesta la neoministra, o i promotori del Family Day cosa concretamente, quotidianamente avviene dentro questa nobile istituzione? In una recensione al saggio della Lewis apparsa su The New Statesman, dello storico Eric Maglaque, leggiamo: “Cominciamo con l’abolire le nostre cucine. Per il mercante di seta e filosofo socialista del XIX secolo Charles Fourier, l’utopia era la casa senza cucina. Uomini e donne vivrebbero collettivamente, cucinando invece in cucine comuni aperte e mense gratuite, servendo marmellate, pasticcini e limonate in abbondanza. Le comunità fourieriste che sorsero a metà del 19° secolo negli Stati Uniti costruirono le loro case proprio come le immaginava. La loro vita in comune solleverebbe le donne – nelle parole dell’architetto femminista Alice Constance Austin – dalla “fatica ingrata e senza fine di un sistema inconcepibilmente stupido e inefficiente mediante il quale le sue fatiche vengono confiscate”.

Secondo i calcoli della Austin, quelle fatiche ammontavano alla preparazione di 1.095 pasti all’anno per i loro mariti e figli. Potrà far sorridere la proposta di abolire le cucine private, e tutto il ragionamento potrebbe evocare cose un po’ anacronistiche tipo quelle a suo tempo suggerite dalla rivoluzionaria russa Alexandra Kollontai: “l’affetto limitato ed esclusivo della madre per i propri figli deve espandersi fino a estendersi a tutti i figli della grande famiglia proletaria”. Però contiene un interessante invito all’autogoverno e alla condivisione, oltre a cogliere un legame tra femminismo e liberazione dei figli, la responsabilità dei quali appartiene all’intera collettività. Sophie Lewis, spirito altamente problematico, riconosce che c’è qualcosa di molto impegnativo nell’abolizione della famiglia, poiché mette in discussione le nozioni più profonde di noi stessi: su parentela, appartenenza, identità, e ancora su ciò che consideriamo naturale. Lei è la prima a scherzarci su: “Allora! La sinistra sta cercando di portare via la nonna, adesso, e di confiscare i bambini, e questo dovrebbe essere progressista? Che cazzo?” Ed è vero che l’abolizione della famiglia presenta dei “disagi. Forse ami la tua famiglia! O forse ti piace cucinare nella tua cucina!”.

La Lewis riconosce questi disagi, però vuole andare al fondo di quell’amore e ci chiede di immaginare al di là di essi. E poi quando definisce la famiglia una “macchina traumatica basata sulla scarsità”, cioè un modo di organizzare la società che, inserendo la cura all’interno della famiglia, “contiene tutti i tipi di abuso, abbandono e mancanza di amore dietro una porta chiusa a chiave”, ci dice una verità innegabile. L’autrice dell’articolo di The New Statesman sostiene che «la richiesta di un modo rivoluzionario di riconfigurare il modo in cui ci prendiamo cura l’uno dell’altro è più essenziale che mai e il manifesto della Lewis è una scintilla irrefrenabile per la nostra stanchissima immaginazione».

La mia generazione è cresciuta – negli anni 70 – tra il contundente, visionario e davvero eccessivamente ideologico, La morte della famiglia di David Cooper e lo stupendo Rifugio in un mondo senza cuore (la famiglia in stato d’assedio) di Christopher Lasch. In particolare Lasch fa bene a ricordarci che la critica della monogamia non è solo rifiuto della equazione amore=possesso, ma anche ricerca di una sessualità fredda e distaccata, e rinuncia a una vera intimità. E soprattutto osserva giustamente che la famiglia implica un antagonismo verso la società fondata sulle merci poiché coltiva il sogno di una migliore condizione dell’umanità. Ma lo stesso Lasch ci avverte che l’imbarbarimento della società ha intaccato la vita privata, e dunque la famiglia stessa, luogo di violenza spesso dissimulata e di somma ipocrisia (specie in un paese come il nostro). Come non riconoscerlo? Sophie Lewis ci chiede di rimodellare quegli ideali di parentela e cura – indubbia fonte di piacere e rifugio – legati alla famiglia, mica di cancellarli.

Nel suo pamphlet e libro di poesie Marxism for Infants del 1977, Denise Riley scrive: “oggi sono tutte visioni domestiche davvero grandiose,/a San Pietroburgo ora Leningrado abbiamo cucine comuni/la cucina è terribile ma possiamo incontrare i nostri amici”. Dunque, non dobbiamo farci troppe illusioni sulla qualità dei pasti cucinati nelle cucini comuni di Fourier, però sui centri di assistenza all’infanzia gratuiti, sulla diffusione dell’educazione dei bambini, potremmo anche smuovere un po’ di più la nostra “pigrissima immaginazione”. Infine, anche se tutto l’immaginario politico dell’abolizione della famiglia è attraversato da interrogativi per noi inquietanti (a proposito della natura umana e dei nostri bisogni essenziali) come ignorare che dietro la proposta di Sophie Lewis si nasconde un amore estremo, e a volte disperato, per la famiglia stessa, per la sua segreta promessa di felicità?

In fondo ciò che lei contesta alla famiglia è di aver tradito quella stessa promessa: ad esempio quando osserva che la famiglia in realtà non è brava a creare intimità, tutt’al più riesce a strappare «brandelli di intimità combattuti tra genitori oberati di lavoro e figli totalmente dipendenti, nascosti dietro le porte chiuse a chiave della proprietà privata». È in gioco la qualità delle relazioni personali, della cura e degli affetti entro un mondo senza cuore. Nessuno ci porterà via la nonna! Mi azzardo a dire: dietro la sua proposta abolizionista c’è un amore – innominabile – per la famiglia più grande di quello dichiarato enfaticamente nei Family Day.

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