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“Amore mio, pensare a te mi ha salvato la vita in carcere” – Il Riformista

Lettere dal carcere a Sbarre di Zucchero

Redazione — 21 Novembre 2022

“Amore mio, pensare a te mi ha salvato la vita in carcere”

L’amore in carcere può salvare la vita. È quello che racconta R. che dal carcere scrive una lettera d’amore al suo amato. Solo il pensiero del grande sentimento che unisce i due ha fotto sopportare la crudeltà del carcere venezuelano in cui R. era rinchiusa. “Se tu sapessi, amore mio, quanto sei stato importante per me, per non impazzire, per non morire. Non avrei mai immaginato che avresti ricambiato il mio amore salvandomi la vita, perché senza di te, non sarei davvero sopravvissuta tre anni in quell’inferno chiamato galera venezuelana“. Riportiamo di seguito la sua lettera  a Sbarre di Zucchero.

Amore mio,

se sapessi la voglia che ho di stringerti, non faccio che pensare a te da quando ci siamo separati. Sapevo che sarebbe stata dura, ma non immaginavo fino a questo punto, perché sapevo di amarti, ma non avevo capito quanto mi amassi tu. Mi hanno detto che non hai mai nessuna e che non lavori più. Mi hanno detto che sei rimasto lì dove ti ho lasciato. Quando ci siamo salutati, quando, durante le prove dell’orchestra, ho sentito chiamare il mio nome e ho capito che era arrivato il momento, ti ho dato un piccolo bacio e una carezza, raccomandandoti di fare il bravo e dicendo a J. che non avrebbe dovuto lasciare che nessun’altra si avvicinasse a te, perché tu eri il mio, anche se non ci saremmo più rivisti. Alle prove dell’orchestra ci siamo conosciuti e durante le prove ci siamo separati, dopo tre anni di concerti e studio, e giornate intere passate insieme a ripetere note.

La prigione è cattiva, amore mio, in prigione si può impazzire, ma tu mi hai preso per mano fin dall’inizio e non mi hai più lasciata, regalandomi una ragione per alzarmi al mattino e affrontare ogni giornata con un sorriso, dando un senso alla mia vita; perché la vita di un prigioniero un senso non ce l’ha, né per se stesso, né per la gente che sta fuori. Io e te abbiamo rotto queste regole, abbiamo infranto il muro dei pregiudizi, in pochissimo tempo siamo diventati la coppia più affiatata dell’orchestra, i più bravi, i più belli da vedere e da ascoltare. Dopo due anni di concerti c’eravamo io e te nelle foto sui giornali, non il direttore o il primo violino, ma io e te, la punta di diamante dell’”Orchestra sinfonica penitenziaria” e il suo contrabbasso.

Amore, amore mio, erano dolci le ore con te e averti tra le braccia, mentre imparavo a tirare fuori il suono meraviglioso e le melodie che tenevi dentro. “Nessuna è mai riuscita a suonare questo basso, questo lo suona solo il professore, perché quando lo prende qualche alunna gracchia e basta. Ma con lei …”; così mi dicevano, ricordi? E io ero felice perché sentivo che ricambiavi quell’esclusività che ti avevo dato anch’io. Non mi importava più dei calli sulle dita per via delle tue corde spesse ed aspre, né del dolore alla spalla per sostenere il tuo peso e mantenere la posizione corretta del braccio, così elegante da vedersi, ma anche così faticosa. Forse per questo con le altre gracchiavi: nessuna aveva sopportato sacrifici per te, come avevo fatto io. Ma l’amore non è forse questo?

E tu mi hai ricambiata dandomi forza, amore mio, e voglia di lottare, di non arrendermi. Quando la malinconia e la disillusione si impadronivano di me mi bastava pensarti, sapere che tu eri lì, in quella stanza, su quella sedia, aspettando solo me. Bastava pensare che la fila di contrabbassi non avrebbe suonato uguale, senza la sua capofila e la tua voce a dettare tempi e arcate. Se tu sapessi, amore mio, quanto sei stato importante per me, per non impazzire, per non morire. Ti ho scelto perché ti ho amato appena ti ho visto, ma non avrei immaginato che avresti ricambiato il mio amore salvandomi la vita, perché senza di te, non sarei davvero sopravvissuta tre anni in quell’inferno chiamato galera venezuelana.

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