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Anche lo scontento può dare buoni frutti – Marcello Veneziani

Intervista per il Candido

Anni fa, proprio in questa rubrica di approfondimento, Massimo Fini aveva definito l’Occidente una specie di macchina perfetta dell’infelicità. In sostanza, la condizione di perenne insoddisfazione, in cui vive l’uomo contemporaneo nella nostra porzione di mondo, sarebbe riconducibile ai postulati del liberismo. Fini, dunque, butta la questione in politica puntando l’indice sulla nostra way of life fondata sul consumismo sfrenato e sulla ossessiva ricerca di traguardi (economici, ma anche esistenziali) sempre nuovi. Traguardi da dover raggiungere ad ogni costo, pena il collasso dell’intero sistema. Una lettura sicuramente suggestiva per un tema che – agli albori di una delle più gravi crisi economiche e sociali dal dopoguerra che farà salire ulteriormente l’onda del malcontento – torna di grande attualità.

Ne parliamo con lo scrittore Marcello Veneziani che da qualche settimana ha pubblicato, per Marsilio editore, un saggio intitolato proprio Scontenti.

Andiamo subito al cuore del problema: a cosa dobbiamo questa condizione d’insoddisfazione permanente che ci caratterizza? E’ il peso sempre più schiacciante del potere – quello che nel suo precedente saggio lei ha chiamato “la Cappa” – che ci rende scontenti? Oppure c’è dell’altro?

Credo che si debba scomporre lo scontento su tre livelli: c’è uno scontento interiore, profondo, che deriva dalla nostra condizione umana di mortali, esposti al dolore, alla malattia, ai limiti, e quello è un malessere che si acuisce nelle epoche nichiliste, che non hanno fiducia in nessun orizzonte ulteriore, religioso o sacrale. C’è poi lo scontento privato, ed è quello in cui ha una forte influenza la Grande Macchina dei Consumi e il Nuovo Potere, che ci vogliono insoddisfatti perché così siamo bisognosi, dipendenti, desideranti. Vogliamo cambiare età, condizione, sesso, paese, status e dunque il Potere ha bisogno di avere cittadini e utenti scontenti per esercitare il suo potere e schiavizzarci. Ma la fabbrica dello scontento privato, a un certo punto salta: quando una serie di emergenze, sanitarie, belliche, economiche, ambientali, ci mettono davanti una serie di rinunce e di restrizioni, allora lo scontento ricacciato nel privato ritorna prepotentemente nel pubblico, si fa politico. E nasce l’odierno, diffuso malcontento.

Eppure sembrerebbe essersi aperto uno squarcio in questa Cappa asfissiante: per la prima volta un partito di Destra identitaria conquista la leadership del governo del Paese.  E’ un segnale incoraggiante?

Giorgia Meloni è stata il leader politico che ha più interpretato e intercettato lo scontento. E “il partito degli scontenti” l’ha premiata e l’ha mandata al governo. Ora, naturalmente, si tratta di mediare tra le istanze degli scontenti e la dura realtà con cui deve fare i conti, i grandi poteri, le limitazioni, i condizionamenti interni e soprattutto esterni e sovrastanti. Diciamo che la Meloni al governo non abbatte la Cappa asfissiante che dipende da un intreccio di fattori e di poteri di cui la politica è solo una parte, e neanche la più forte: però diciamo che un segnale di perforazione della Cappa c’è stato. 

Come si esce da questa condizione di eterni scontenti? O meglio, c’è  quantomeno un modo per riuscire a non restarne avviluppati?

C’è a mio parere uno scontento inguaribile, che in realtà è l’incontentabilità, cioè un’indole che non si può modificare e che passa da una scontentezza all’altra, ed è un alibi per non impegnarsi, non fare. Ma c’è anche una scontentezza positiva come stimolo e molla a migliorare le cose, a non accontentarsi di quel che ci viene somministrato, a fare cioè dello scontento una spinta energetica a modificare gli assetti. Questo tipo di scontentezza, a mio parere, è sana e feconda. 

Torniamo alle sfide del nuovo governo: la Meloni dovrà tentare una complicata mediazione tra la necessità di non deludere le aspettative del popolo degli scontenti (che sicuramente l’ha votata) e l’esigenza di accreditarsi presso l’establishment che appare da sempre, agli occhi di quello stesso popolo, come il nemico giurato. Un’impresa il cui pronostico sembra tutt’altro che favorevole. La leader di Fdi può riuscire a rovesciare pure questo?

Impresa difficile quanto necessaria. Ci sono troppe variabili da considerare: dai rapporti di forza alla compattezza del suo schieramento, dalla capacità strategica di alternare audacia e prudenza scegliendo il momento giusto per entrambi, alla tenuta rispetto alla formidabile pressione mediatica da un lato e dei poteri sovrastanti dall’altro. E’ una scommessa di cui sarebbe azzardato esprimere a priori fiducia o sfiducia. Lo vedremo, così come vedremo il livello dei compromessi che saranno raggiunti, e cosa resterà della spinta originaria, ci saranno solo risarcimenti simbolici, consolazioni minori per gli elettori o ci sarà, viceversa, un salto di qualità, una mediazione di alto profilo. 

Durante la campagna elettorale diversi intellettuali di area hanno lanciato appelli alla Destra per non perdere l’occasione storica – in caso di vittoria – di liberare la cultura  dall’egemonia del pensiero unico dominante progressista. Come dovrebbe muoversi, a tuo avviso, il nuovo governo su questo terreno? Quali potrebbero essere i primi segnali concreti di discontinuità?

Se governare in queste condizioni è difficile, pretendere di liberare la cultura dall’egemonia dominante progressista mi sembra ancora più difficile, anche perché oggettivamente non mi sembra attrezzata allo scopo la compagine di governo e in tutti questi anni non si è minimamente tentato di formare, far crescere, selezionare, in qualunque campo, una proposta alternativa. Per ora, mi limito a suggerire semplicemente di puntare alle pari opportunità, senza censure. O provvedimenti dall’alto. Se la cultura progressista gode di appoggi istituzionali, presenze massicce nei media, finanziamenti nelle fondazioni, monopolio di alcune facoltà universitarie e del racconto nelle scuole e nei luoghi pubblici, si tratterà di garantire pari condizioni a chi rappresenta idee, valori, culture di segno opposto, o solo diverso. Ardue impresa, ma penso che sia quella la via. 

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