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Carfagna e Gelmini vanno da Calenda e immaginano una nuova stagione politica

Per chi come me (scusate la nota personale) ha sempre visto per vent’anni Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini accanto a Silvio Berlusconi, e ha seguito giornalisticamente Forza Italia dalla sua nascita, fa una certa impressione vederle accanto a Carlo Calenda. Per un nuovo inizio, dicono le due ministre, per riprendere il cammino berlusconiano del 1994, perché il manifesto di Azione ricorda loro quelle idee e quei valori.

Dentro il loro ex partito erano finite in minoranza e dovevano passare da Licia Ronzulli per poter parlare con il capo. Erano state scelte per il governo di Mario Draghi non dal Cavaliere ma dal Quirinale, insieme con Renato Brunetta, e da Gianni Letta. Insomma erano diventate eretiche, non volevano morire sovraniste. Ammirano più un’altra donna (Giorgia Meloni) che si è fatta largo da sola a sportellate nel centrodestra, senza però condividerne le sue scelte politiche di fondo.

Anche nella conferenza stampa di ieri, dove c’erano molti ex azzurri come il senatore Andrea Cangini, Carfagna e Gelmini hanno avuto parole di apprezzamento per la coerenza di Meloni, per essere sempre stata all’opposizione, ma soprattutto per avere fatto una scelta atlantista sulla guerra in Ucraina. Carfagna è arrivata a dire che anche per la leader di Fratelli d’Italia l’alleanza di centrodestra è una “camicia di forza”.

Se ci fosse stata una legge elettorale proporzionale, ha aggiunto, forse avrebbe scelto una “corsa solitaria” rispetto a chi non è coerente da che parte stare. Perché questo, ha precisato Gelmini, non è momento delle indecisioni rispetto a Mosca: «L’Italia non può essere il ventre molle». «Noi non trameremo mai con la Russia», ha aggiunto Carfagna.

E Carlo Calenda, seduto accanto, le ha suggerito «…e con la Cina», tanto per non dimenticare i Cinquestelle. «Certo, e con la Cina», ha precisato la ministra per il Sud.

Le due ministre potrebbero dire molto sui rapporti tra Berlusconi e Putin. Potrebbero dire che quello tra Salvini e il padrone del Cremlino è nulla se paragonato agli interessi di lunga data del Cavaliere. Non hanno però affondano il coltello, però. Hanno detto di essere grate per quello che lui ha dato loro, portandole al governo appena trentenni. Hanno riconosciuto a Berlusconi il merito della stretta di mano, a Pratica di Mare nel 28 maggio del 2002, tra Vladimir Putin e George W. Bush, ricordando che prima del 24 febbraio di quest’anno tutti stringevano la mano allo Zar, a cominciare da Angela Merkel.

Poi, però, con gli anni Forza Italia è cambiata, Berlusconi ha perso la leadership del centrodestra e dei moderati. Milioni di voti persi per strada, appiattimento sulla Lega, fino alla catastrofe del 20 luglio, con la scelta di non votare la fiducia al governo. «Dopo il 20 luglio è cambiato il mondo – ha detto la ministra per il Sud – e le casacche che indossavamo sono sbiadite». Ora ci sono due campi politici nuovi, è nato «un nuovo bipolarismo» tra chi sostiene Draghi, il suo programma, il suo metodo e chi lo ha fatto cadere.

«La scelta elettorale è tra Draghi e Meloni», ha precisato Gelmini, temendo che la vittoria del centrodestra faccia naufragare le riforme e i progetti del Pnrr. Con tutto ciò che ne consegue in termini di danni per l’economia e per le imprese italiane.

Questa frase della ministra per le Regioni cela qualcosa che bolle in pentola. Assodato che il candidato premier in pectore del centrodestra è Meloni, dall’altra parte c’è chi lavora per una discesa in campo di Draghi. Non si tratterebbe di una candidatura ma di una sua disponibilità esplicita e pubblica a essere indicato punto di riferimento di uno schieramento che vuole portare avanti la sua agenda di governo.

Ci stanno lavorando Renzi, Calenda e Letta, ma la strada è in salita per tanti motivi. Draghi è comunque il premier in carica, anche se per gli affari correnti, e non è nel suo stile buttarsi nella mischia. Una risposta però l’avrebbe ventilata: si potrebbe fare solo se ci fosse un’alleanza omogenea. Niente armata Brancaleone. Niente versione Unione che va da pezzi di Forza Italia a Nicola Fratoianni, passando per i Verdi dei No rigassificatori. Vedremo, ma le speranze per chi vuole lo scudo di Draghi in campagna elettorale sono poche.

Ora intanto c’è la scommessa di Gelmini e Carfagna. Una scommessa coraggiosa e anche molto rischiosa. Lo è anche per Calenda, che può certo appendersi al petto due medaglie luccicanti con l’arrivo di due volti noti di Forza Italia, due pezzi pregiati, due donne che cercheranno di portare voti dalle loro Regioni, Lombardia e Campania. E non solo. Un’attrazione che non è riuscita a Matteo Renzi, che a quell’area ha sempre guardato dai tempi del Patto del Nazareno.

È la scommessa di portare quanti più voti tradizionalmente berlusconiani alla nuova formazione liberaldemocratica. Calenda e le due punte arrivate dal mondo di centrodestra dovrebbero assorbire lo smottamento elettorale di Forza Italia, portare i moderati alla federazione formata da Azione e +Europa, per farla arrivare a percentuali a due cifre. Voti veri, di elettori scioccati dalla scelta di Berlusconi di buttare a mare Draghi. Voti reali e non di personaggi in cerca d’autore o di seggi, di sergenti, maggiori e colonnelli. È vero che anche con i professionisti territoriali della politica si raccolgono consensi. La novità che farebbe la differenza, il valore aggiunto, sarebbe proprio il voto moderato di opinione, quello silenzioso, degli italiani non ideologici per i quali fermare Draghi è stato un vulnus agli interessi reali del Paese.

Ci manca poco per capire se si aprirà un ciclo politico nuovo. I dubbi sono tanti, il centrodestra è forte, la legge elettorale è rimasta maggioritaria, un congegno che impone alleanze disomogenee che possono vincere ma sopravvivere poco.

Ecco, rimane da capire se Calenda sceglierà di allearsi con il Pd nei collegi uninominali. Un’alleanza definita acrobaticamente tecnica, ma è l’unica possibile, per evitare che il centrodestra faccia strike nella parte maggioritaria.

Non è stato ancora stato deciso nulla. Calenda ha detto che la scelta con chi allearsi non sarà affidata a un sondaggio. «Cosa serve di più ad Azione lo capite tutti senza bisogno dei sondaggi», ma il suo partito sta cercando di capire che cosa sarà più efficace contro la destra.

«Collegi uninominali sicuri non ce ne sono», ha detto Calenda, e questo potrebbe voler dire che tanto vale fare una corsa solitaria come Terzo Polo liberal democratico, europeista e atlantista nella massima coerenza e provare il tutto per tutto nella quota proporzionale.

Assumersi però la responsabilità di regalare la maggioranza di due terzi alla destra è un rischio enorme: così la pensa Emma Bonino, la più favorevole del gruppo all’intesa con Enrico Letta. E magari non basta il “coraggio” di chi lascia Forza Italia, delle “donne libere”, come si sono definite Carfagna e Gelmini, rispondendo a Berlusconi. Per il Cavaliere chi lo abbandona non ha futuro politico, è destinato all’oblio politico, come è successo i passato Fini e Alfano.

La partita con il centrodestra non è persa in partenza. Ne è convinto Calenda: «Ma de ché?», dice in romanesco mentre si sventola con dei fogli, accaldato per la temperatura equatoriale dentro la sala stampa estera. Non scioglie però il nodo delle alleanze. Carfagna e Gelmini dovrebbero essere quelle che più di altri hanno l’interesse a correre da sole, anche per evitare di essere accostate al Pd e per non farsi dire di essere “traditrici” e vendute alla sinistra. Loro però fanno capire che questa legge potrebbe non dare scampo. È la “camicia di forza” di cui parla la ministra per il Sud.

Ancora qualche giorno per valutare le alleanze, sicuramente non con Giovanni Toti che secondo Calenda ha già chiuso un accordo con il centrodestra. Forse con Renzi. E in attesa di capire se la grande novità di una disponibilità di Draghi ci sarà. Sarebbe una svolta della campagna elettorale.

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