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Da Alika a Willy, la lunga scia di sangue degli uccisi a mani nude olocausto della solidarietà

Il corpo in terra di Alika Ogorchukwu, tempestato di pugni, stritolato dai colpi del suo assassino ci trascina negli anfratti più bui dell’umanità. Quando l’unica arma di cui si disponeva erano le nude mani, capaci di fracassare le ossa, deturpare i visi, sbriciolare le membra dell’avversario. Si torna a uccidere con le mani, con le mani spoglie, senza alcuna arma che possa agevolare il desiderio di morte o che possa mitigare l’agonia della vittima. Era già successo con Willy Monteiro, massacrato a pugni in una strada di Colleferro; a Marco Ruggeri, finito a pugni in faccia per un debito davanti a un bar a Roma; ad Augusto Bernardi, il 10 luglio scorso, ucciso a Torino per un futile diverbio e tante volte ancora. Una scia di sangue, lunga, sempre uguale, sempre raccapricciante.

A rendere tutto più terribile, più doloroso la teoria dei video di passanti e vicini che subito dopo inondano la rete e popolano le tv. Non esiste alcuna relazione apparente tra chi adopera le mani dell’Homo faber per togliere la vita e chi le impegna febbrilmente, spasmodicamente per immortalare la morte inflitta impugnando il proprio smartphone. Eppure, eppure. Al di là dell’abissale differenza tra chi uccide a mani nude e chi assiste alla violenza, c’è qualcosa che agita, qualcosa che non persuade. L’intima convinzione, il tormento che si potesse fare qualcosa, che si potesse intervenire, che fosse possibile ancora prestare soccorso, aiutare. Un conto è il colpo di pistola, il fendente di un coltello, l’esplosione di una bomba, altro è la morte inferta con le sole mani, dove pugno dopo pugno la vita si spegne e abbandona il corpo esangue; dove solo l’ultimo cazzotto consegna al buio la luce terrorizzata degli occhi, l’affanno del respiro e smorza ogni speranza.

Guardare, filmare e non intervenire. Certo la violenza paralizza, lascia storditi, increduli, attoniti. Soprattutto quando è inattesa, si consuma per strada, in una calda giornata d’estate in cui nulla ti aspetti e tutti passeggiano tranquilli. Ma chi prende il telefono e inizia a filmare, a documentare a mano fredda, con razionale precisione i dettagli di una morte non è né attonito, né sorpreso. Superato lo smarrimento iniziale, c’è sempre chi non esita e ritiene che non sia suo dovere rendersi “prossimo”, avvicinarsi a chi sta soccombendo, ma piuttosto pensa che il destino lo abbia chiamato al ruolo di cinico e freddo reporter di un’uccisione.

Di fronte alla violenza, al lutto che si sta consumando, si assumono le spoglie di un reporter di guerra, di quella minuscola, orrida guerra che si sta consumando innanzi ai nostri occhi. Neanche fossimo Robert Capa che immortala in Spagna l’istante preciso della morte del miliziano o Nick Ut che sconvolse il mondo con la foto della bambina vietnamita devastata dal napalm americano, ci si improvvisa passivi documentaristi, cinici osservatori di una violenza che attraversa per caso la nostra esistenza. Tra l’eroismo di chi si lancia in soccorso della vittima, anche a rischio della propria vita, e la codardia di chi assiste impotente o, addirittura affretta il passo per sottrarsi all’orrore, la modernità ci ha consegnato un’inattesa, ancor più cinica, terza via. La possibilità di trasferire il nostro impulso dall’azione alla documentazione; dall’omissione alla trasmissione. Non si racconta, si trasferisce da un apparato all’altro, da un sito all’altro perché tutti possano assistere alla rappresentazione del male. Forse è un episodio di razzismo quello di Civitanova Marche, forse l’assassino è un disturbato mentale. Si vedrà. Ma non possiamo non volgere lo sguardo a quanti hanno assistito e, soprattutto, a coloro che hanno freddamente filmato quella morte. La Documanità è davvero la “filosofia del mondo nuovo” (Maurizio Ferraris, Laterza, 2021) e ha preteso il suo ennesimo olocausto, il sacrificio di una vita che dia prova, ancora una volta, una volta di più, che importa esserci e non agire, che conta raccontare e non intervenire, che l’importante è aver congelato l’adrenalina della violenza e non aver provato a mitigarla.

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