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Dieselgate, come si muovono Volkswagen e Stellantis

Stellantis avrebbe raggiunto l’accordo per la causa penale sulle emissioni diesel e pure Volkswagen prova ad archiviare la stagione del dieselgate mettendo sul piatto altri 227 milioni di euro a favore di oltre 90 mila automobilisti britannici

Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Reuters, la filiale nordamericana di Stellantis avrebbe raggiunto un accordo per il patteggiamento con le autorità di Washington per chiudere in via definitiva il procedimento giudiziario nato dalle accuse dell’Epa – l’Environmental Protection Agency – sulla presunta installazione di dispositivi illegali per la manipolazione delle emissioni.

Non ci sono ufficializzazioni in tal senso, ma FCA Us avrebbe accettato di pagare una multa di 300 milioni di dollari. Nelle stesse ore, nel Regno Unito, come riporta l’agenzia di stampa Energia Oltre, Volkswagen ha convenuto di pagare 193 milioni di sterline (circa 227 milioni di euro) a oltre 90 mila automobilisti di Sua Maestà come indennizzo nell’ambito di una class action che vedeva il gruppo automobilistico tedesco alla sbarra accusato di aver violato le normative mediante l’installazione dei defeat device per la manipolazione delle emissioni. Ma andiamo con ordine.

STELLANTIS PAGA MA NON SI DICHIARA COLPEVOLE

Questo nuovo patteggiamento pare seguire la formula della transazione raggiunta in sede civile nel gennaio 2019: in quella data, il costruttore aveva stipulato un accordo con il Dipartimento di Giustizia, l’Agenzia federale per la protezione ambientale, il California Air Resources Board, lo Stato della California, altri 49 Stati e con la Us Customs and Border Protection, per chiudere la causa in cambio del pagamento di 800 milioni di dollari, ma senza nessuna ammissione di colpevolezza.

CHI SONO I RISARCITI (E QUANTO HANNO GIA’ PRESO)

Nello specifico, secondo l’accordo di inizio 2019, FCA aveva dato 305 milioni al Dipartimento di Giustizia, all’Agenzia federale per la protezione ambientale (Epa) e al California Air Resources Board per pretese in materia ambientale, 13,5 milioni di dollari al procuratore generale della California come risarcimento dei consumatori e costi di compensazione ambientale, 72,5 milioni agli altri Stati Usa, 6 milioni alla Customs and Border Protection e 19 milioni di dollari allo Stato della California a favore di iniziative di riduzione delle emissioni.

TUTTO NASCE DAI DEFEAT DEVICE…

Le cause derivavano dall’inchiesta dell’Epa del gennaio del 2017 sulla presenza di cosiddetti “defeat device” in 104 mila veicoli Jeep e Ram prodotti a partire dal 2014 ed equipaggiati con motori turbodiesel V6 3.0. Il pagamento non aveva costretto Stellantis ad ammettere la veridicità delle accuse: “Gli accordi transattivi”, aveva fatto sapere il gruppo, “non modificano la posizione della società secondo cui FCA non ha mai adottato qualsivoglia disegno deliberatamente diretto ad installare impianti di manipolazione per aggirare i test sulle emissioni. Inoltre, il consent decree e gli accordi transattivi non contengono alcun accertamento o ammissione in merito a qualsivoglia pretesa violazione delle norme sulle emissioni”.

DIESELGATE, VOLKSWAGEN RECITA IL MEA CULPA

Di tutt’altro avviso, invece, Volkswagen, che nel Regno Unito si è impegnata a risarcire i propri utenti ammettendo ogni responsabilità circa lo scandalo dieselgate. “Questo accordo è un’altra importante pietra miliare, dal momento che il gruppo Volkswagen sta cercando di superare gli eventi fortemente deplorevoli relativi al settembre 2015” ha affermato in una nota Philip Haarmann, capo dei legali del costruttore tedesco, commentando la transazione stragiudiziale da 193 milioni di sterline (poco meno di 227 milioni di euro) a favore di oltre 90 mila automobilisti che hanno acquistato auto del Gruppo tedesco con istallati  defeat device per la manipolazione delle emissioni.

Da quanto è emerso, sarebbero non meno di 1,2 milioni le vetture a marchio Volkswagen, Audi, Seat e Skoda circolanti in Gran Bretagna con installato software illeciti. E sono fioccate perciò le class action contro il costruttore tedesco. L’accordo delle ultime ore riguarda una causa intentata poco prima dell’inizio della pandemia. Globalmente, invece, le auto del gruppo coinvolte nel dieselgate sono state 11 milioni e la Volkswagen ha dovuto pagare, tra riparazioni, multe e spese legali, circa 32 miliardi di euro.

LE ULTIME PERQUISIZIONI

A fine aprile, la procura di Francoforte aveva svolto alcune perquisizioni nelle sedi di Heidelberg, a sud di Francoforte, Corbetta (alle porte di Milano) e a Esztergom in Ungheria dei produttori Suzuki e Stellantis e del fornitore di attrezzature Marelli nell’ambito dell’indagine tedesca sulla vendita di auto dotate di motori diesel truccati.

In quel caso sotto la lente di ingrandimento è finito il marchio giapponese Suzuki che avrebbe venduto “più di 22.000 auto”, per le quali l’ex FCA avrebbe fornito i motori e il gruppo Marelli il software della centralina, “dotate di dispositivi illegali” per alterare i test di laboratorio sulle emissioni e dunque “non conformi alle norme antinquinamento europee”.

La casa automobilistica nipponica, si legge su Quattroruote, “è accusata di frode in commercio per aver venduto ai clienti veicoli che presumibilmente non soddisfacevano i requisiti per l’omologazione Euro 6. Secondo l’ufficio del pubblico ministero, i presunti dispositivi illegali riducono o disattivano completamente i meccanismi di controllo delle emissioni in numerose condizioni di uso quotidiano, determinando, di conseguenza, livelli di ossidi di azoto superiori ai limiti di legge”.

“Fca Italia – aveva commentato Stellantis – è stata informata di una richiesta di fornire informazioni e documenti in relazione a ulteriori attività di indagine della Procura di Francoforte in merito all’utilizzo di software di controllo delle emissioni presumibilmente inammissibili nei motori diesel forniti alla Suzuki. Ciò fa seguito alle attività di indagine su accuse simili condotte nel 2020. La società continuerà a collaborare pienamente alle indagini in materia”.

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