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Ecco il bilancio dello Stato trovato da Giorgia Meloni

Qual è l’eredità del governo Draghi in materia di finanza pubblica. L’analisi di Giuseppe Liturri

Il primo adempimento del governo appena insediato, sarà quello di inviate a Bruxelles il Documento Programmatico di Bilancio contenente gli obiettivi di finanza pubblica per il 2023. Lo spazio a disposizione sembra davvero modesto se, come appare dalle prime ipotesi di lavoro, il governo di Giorgia Meloni non voglia discostarsi troppo dal solco tracciato dal precedente governo in materia di bilancio pubblico.

LA RICOGNIZIONE DEL GOVERNO MELONI SUL BILANCIO DELLO STATO

Fondamentale per capire il raggio d’azione disponibile, è una ricognizione della situazione ereditata dal precedente governo. Tra gli argomenti di cui presumibilmente hanno già discusso il ministro dell’economia uscente Daniele Franco ed il neo nominato Giancarlo Giorgetti nel momento del passaggio delle consegne ci sono le motivazioni che hanno portato a dimezzare le disponibilità di cassa del Mef e, contemporaneamente, eseguire dei rilevanti rimborsi netti di titoli di Stato. Giorgetti eredita una cassa dimezzata perché anziché mettere fieno in cascina prima dell’inverno, lo abbiamo pure venduto. Resta da capire se per scelta o per costrizione, come di seguito spiegheremo.

Quando, qualche giorno fa, Franco si è vantato di aver diminuito il debito forse avrebbe dovuto aggiungere che ciò è avvenuto sfruttando le disponibilità di cassa. È come se per pagare il mutuo fossero stati venduti i gioielli di famiglia o rotto il salvadanaio. Di conseguenza il suo successore Giorgetti non sarà particolarmente contento di ritrovarsi una cassa a livelli relativamente bassi che dovrà necessariamente rimpinguare emettendo titoli con mercati molto più turbolenti rispetto al primo semestre. La presunta virtuosità di Franco è solo un boomerang che però tornerà quando su quella poltrona non siederà più lui.

CHE COSA E’ SUCCESSO ALLE CASSE DELLO STATO

È un fatto che, tra agosto e settembre, buona parte della diminuzione della cassa è finita non in aiuti a famiglie ed imprese alle prese con i costi energetici impazziti, ma a rimborsare titoli in scadenza, perché questi ultimi solo parzialmente sono stati rimpiazzati da titoli di nuova emissione. Col risultato di vedere scendere per 31 miliardi il debito pubblico costituito da titoli. C’erano 99 miliardi di titoli in scadenza, e le nuove emissioni sono state pari a soli 68 miliardi.

Tale fabbisogno è stato tutto scaricato sulla giacenza di liquidità. Al 30 settembre il saldo di 47 miliardi sul conto di Tesoreria del Mef presso la Banca d’Italia, si confronta con i 95 miliardi del 31 luglio. Ben 48 miliardi in meno, di cui 31 nel solo mese di settembre.

Si tratta del fondamentale polmone di liquidità a disposizione del Mef per eseguire tutti gli incassi e pagamenti dello Stato che, per tutto il 2022 si è mantenuto tra 80 e 100 miliardi. È un livello che va osservato in stretta connessione con quello del debito pubblico, al punto che ogni mese Bankitalia espone il debito pubblico sia al lordo che al netto di questa liquidità. Il perché è presto spiegato: se il Mef facesse notevoli emissioni nette senza utilizzare quei fondi per il saldo netto da finanziare, i proventi confluirebbero nella liquidità e quindi, alla fine, il debito pubblico netto resterebbe sostanzialmente inalterato. Per usare un paragone, grezzo ma vicino alla nostra esperienza quotidiana, si immagini la somma del mutuo e del saldo positivo del nostro conto corrente che usiamo per le entrate e le uscite famigliari.

L’entità dei movimenti registrati negli ultimi due mesi, settembre in particolare, ha pochi precedenti. Bisogna risalire al marzo 2020, con la liquidità scesa da 73 a 30 miliardi e le emissioni nette di titoli anche in quel caso negative, per trovare qualcosa di simile. In ogni caso, negli anni recenti non c’è traccia di due mesi consecutivi in cui la somma delle emissioni nette è stata negativa per più di 30 miliardi.

IL RAFFRONTO CON I PRIMI 9 MESI DEL 2021

Osservando la situazione dei primi nove mesi e comparandola con l’andamento degli altri più grandi Paesi dell’Eurozona, la ritirata del Mef appare ancora più evidente. Le emissioni nette sono state pari ad appena 38 miliardi, contro gli 86 miliardi della Spagna. Per non parlare delle cifre irraggiungibili di Francia e Germania visibili nel grafico. Tralasciando le massicce emissioni del 2020 e 2021 (291 miliardi finiti tutti in portafoglio alla Bce), perfino il 2018 e 2019, quando eravamo sotto Patto di Stabilità, fecero registrare emissioni nette superiori. Il fatto di aver incassato ad aprile la prima rata del PNRR per 21 miliardi (10 sussidi, 11 prestiti), non modifica la sostanza del fenomeno.

Ma allora cosa è successo? È stata scelta o costrizione? Entrambe non depongono bene per il lavoro del nuovo governo, ma sembra prevalere la seconda, perché un indizio pesante arriva da Francoforte. Nell’ultimo bimestre, la Bce pur avendo terminato gli acquisti netti di titoli e dovendo solo ricevere i rimborsi e reinvestirli, non ha effettuato riacquisti per ben 8,3 miliardi (7,1 con il programma Pspp e 1,2 con il programma Pepp). E se un gigante come la Bce, per mezzo di Bankitalia, lancia un tale segnale negativo, è ragionevole dedurre che anche gli altri investitori abbiano fatto capire al Mef che non tirava proprio l’aria giusta per lanciarsi in un programma di emissioni che sarebbero servite a rimborsare bond in scadenza per 65 miliardi solo a settembre. Da qui il ricorso – che appare dettato dalla situazione dei mercati – alle riserve di liquidità.

COME SONO ANDATI I TASSI

La solidità dell’alibi è sostenuta dall’andamento rapidamente crescente dei tassi medi all’emissione. Il Btp decennale a settembre ha fatto segnare il 3,8%, contro il 3,42% di agosto. Ad aprile eravamo ancora al 2,06% ed a gennaio al 1,02%. Ma questo non fa che aggravare la responsabilità del governo di Mario Draghi e del suo ministro dell’economia. Erano questi ultimi i mesi in cui – anche approfittando degli acquisti netti della Bce terminati solo a marzo ed a giugno – si dovevano irrobustire le riserve di liquidità. Invece siamo rimasti sostanzialmente fermi. Gli altri emettevano titoli a piene mani e noi, in quella situazione di tassi eccezionalmente bassi, non siamo nemmeno riusciti ad aumentare la durata media del debito, rimasta inchiodata a 7,1 anni.

Purtroppo siamo rimasti bloccati per mesi nell’attesa di mitologici prestiti europei sul modello del Sure, di cui nell’ultimo Consiglio Europeo è apparsa una labile traccia che rimanda alle calende greche.

C’è un’operazione verità che Franco e Draghi dovrebbero fare nei confronti di Giorgetti, del Presidente Giorgia Meloni e degli italiani. Ammettere che hanno perso il momento buono per mettere in sicurezza il debito italiano e che a settembre l’Italia – complice la sospetta pigrizia della Bce – è stata costretta a non ricorrere ai mercati per finanziarsi, rifugiandosi nelle riserve di cassa. Peggio ancora se lo hanno fatto per scelta. E da novembre a gennaio scadranno titoli per 78 miliardi, che saliranno a 343 nei prossimi 12 mesi. A cui si aggiungerà il fabbisogno finanziario del 2023.

E noi ci presentiamo con la cassa pure dimezzata ed in ritirata dalle emissioni di titoli, mentre gli investitori di tutto il mondo, con l’inflazione su questi livelli ed ancora crescente, vedono oggi i titoli pubblici come un investimento foriero di perdite e cercano di starne lontani o pretendono rendimenti rapidamente crescenti. Questo è il Paese che 20 mesi di governo Draghi hanno lasciato in eredità al governo Meloni e che rischiano di condizionarne pesantemente l’azione.

(versione ampliata e aggiornata di un articolo uscito sul quotidiano La Verità)

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