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Estate 2022: pronto per le vacanze vintage? Ecco come e dove tuffarsi negli ’50

All’incirca, con la lettura del dopo che adesso la storia ci consente, possiamo ben dire che il nostro secondo Dopoguerra ebbe la stessa durata della guerra. Cinque anni di guerra, di cui terribili e atroci gli ultimi venti mesi (settembre ’43 – aprile ’45) e cinque anni di Dopoguerra, con un risveglio alla vita normale che facciamo datare con l’anno giubilare 1950, al soglio di Pietro Papa Pio XII. Nel pieno della ricostruzione, si ricostruiva il materico, essenziale alla vita quotidiana. Vistosa evidenza con l’emergere di nuovi edifici dalle macerie. E di nuovo le strade, le ferrovie, i porti. E si dava vita finalmente anche all’anelito, proprio dei soggetti desideranti, di un vivere che potesse ritagliarsi momenti di spensieratezza. Svuotare la mente dagli affanni: vacatio mentis, la vacanza.

 Tutti al mare negli anni '50

Tutti al mare negli anni ’50


Il decennio della vacanza

Il decennio ’50 è stato il decennio della vacanza, con modalità di svolgimento ben differenti, manco a sottolinearlo, tra ricchi, sia gli evergreen che gli emergenti, e poveri, con essi ad intendere famiglie il cui capofamiglia era percettore di salario.


Tutti al mare la domenica

Tutti al mare! La gita della domenica. Si partiva la mattina, presto nelle intenzioni ma di fatto già sul tardino per quanti gravosi i preparativi e fastidiosi gli imprevisti, e si tornava a casa con la luce del crepuscolo. Trattoria? No. Ristorante? Men che meno. E allora cosa? Un igienico digiuno? Una dieta della domenica?! Ma vogliamo scherzare? Picnic sulla spiaggia. Ma, un momento, come si arrivava alla spiaggia? Con i mezzi pubblici, con il trenino. Se la famiglia era poco numerosa, diciamo “solo” due figli, si andava in Vespa. Ma la Vespa era monoposto, al massimo biposto. Appunto, biposto e poi ci carichiamo prole, ombrellone, sedie da spiaggia, le cibarie e le bevande. Si può. Si poteva e si doveva.


I più agiati possedevano già la Topolino, che diventava sorta di camper. Altrimenti, si ricorreva all’Adp. Cosa è l’Aap? Ah, ma allora davvero crediamo che il servizio Ncc sia frutto dell’oggi? Ncc sta per Noleggio con conducente. Van molto confortevoli, puliti, ben tenuti, conducente in giacca e cravatta. Aria condizionata. Ma Ncc è solo l’evoluzione nel tempo dell’Adp: l’autista di piazza!


Gravitante nell’orbita della piazza principale del paese, amico di tutti, garantiva mobilità ai molti che non disponevano di auto propria e probabilmente non erano neanche patentati. Pattuizione qualche giorno prima e la gita domenicale si faceva con l’automobile bella dell’autista di piazza.

 Il decennio ’50 è stato il decennio della vacanza

Il decennio ’50 è stato il decennio della vacanza


L’immancabile picnic

Quindi, il picnic, si diceva. Appena una cosettina giusto per tenere a bada l’appetito, tanto poi si cena stasera a casa. Appena una cosettina e tutti contenti. Tra l’altro a mangiare troppo, poi non si poteva fare il bagno nel pomeriggio; dovevano passare tre ore: così è. Chi l’ha detto? Boh! Ma così è.


Allora, coerentemente all’approccio frugale, si evita il primo piatto. E difatti… frittata di maccheroni! Ieri, ieri che era sabato, invece del solito mezzo chilo di maccheroni, appena bastevole per noi quattro, papà deve sostenersi perché “fatica”, i figli devono mangiare tanto ma tanto perché devono crescere, caliamo il chilo. L’avanzo, quindi il mezzo chilo circa, con la complicità di uova, un filino d’olio e sugna abbondante, ci aggiungiamo dei ciccioli perché no, e la spolveratina di pepe non la dimentichiamo, ripassato in padella, della padella assumendo la forma circolare, diventa il delicato e dietetico succedaneo del piatto di pasta domenicale: l’imperdibile goduriosa frittata di maccheroni. E che si prosegua: ruoto di melanzane alla parmigiana. Ci sta. Basta?! Un momento, stamane siamo passati dal panettiere: un palatone, che sarebbe la baguette de noantri. Il coltello lo abbiamo portato: fettone generose e a mo’ di sandwich le polpette al sugo, quelle cucinate stamane all’alba. Mandiamo i ragazzi a prendere l’anguria conservata al fresco. Il fresco, si fa per dire, è l’acqua del mare. È buona di sicuro perché al cocomeraro ieri sera, quando la comprammo, gli chiedemmo la prova: scolpì la buccia, ne trasse un cubetto: rosso e saporito. Acquisto fatto.

 Il rito del picnic

Il rito del picnic


L’anguria e il vino… in fresco nel mare

Nel comparto del frigo-mare accanto all’anguria c’è anche il vino bianco. È quello buono del contadino. Lo si versa nel bicchiere dove già sono in attesa della generosa innaffiatura, fette rigorosamente non sbucciate di pesche gialle. Goduria: vino bianco e pesche gialle. Si mangia in riva al mare.


Mare pulito, di inquinamento non si parlava. Stessimo a casa, adesso il caffè ci vorrebbe proprio. Eh, e che è?! E facevamo la gita al mare senza il thermos del caffè. Attento, ancora scotta come appena fatto.


E così, con l’appetito appena affievolito dal frugale picnic, ci si arrostisce al sole del primo pomeriggio. Comincia a soffiare la brezza marina, il ponentino del Tirreno. Il bagno dopo le tre ore obbligatorie, ci si asciuga e cominciano i preparativi per il ritorno a casa.

La piazza di Capri

La piazza di Capri


Intanto i ricchi…. a Capri

La brezza marina soffia gradevolmente e i ricchi che sono a Capri, vanno in spiaggia oppure a bordo piscina dopo il riposino postprandiale. Hanno pranzato al ristorante. Sauté di frutti di mare, spaghetti alle vongole, spigola al forno, frittura di calamari, gamberi e triglie, frutta di stagione, il dolce adesso no. Magari a cena stasera in albergo. Nel calice, consentiamocelo, vino francese. Francese, per forza! Perché in Italia sappiamo fare il vino? «In che albergo siete scesi?» «In uno dei migliori, è prima categoria». Allora c’erano le categorie, la prima la migliore e la terza così così. Le stelle erano di là da venire, come lo erano (che tempi!) per la ristorazione. La rossa in Francia badava a fabbricare buoni pneumatici. «Quanto ancora resterete qui a Capri?». «Ma, stiamo decidendo, i mariti un salto a Milano devono farlo, la ditta potrebbe anche andare avanti senza la loro presenza quotidiana e però, vuoi mettere, c’è da accogliere clienti dall’estero. All’estero stiamo vendendo di brutto e stiamo facendo tanti di quei soldi, che non sappiamo più dove metterli. E comunque, da qui noi mogli andiamo direttamente a Cortina. I bauli sono già lì. Per noi, non volermene, non è Ferragosto se non è Cortina».


Riti imprescindibili

Tornati a casa, in bagno uno per volta, ma anche la doccia? «E mi porta via l’abbronzatura! Mi sarò mica scottato?». Le creme erano di là da venire. «Ho fame. Hai ragione, adesso prepariamo la cena». «Ma noi in montagna quando ci andremo?». «Quando Dio vorrà. A proposito di Dio, Misericordia, di corsa, la Messa del Vespero e sennò chi lo sente a Don Dino?» Erano gli Anni Cinquanta del Ventesimo Secolo. Poi arrivarono gli Anni Sessanta. Ma è storia altra!


Capri, settantadue anni dopo

E come si fa vacanza a Capri nell’Anno (non Santo) 2022? Nell’anno dell’auspicata ripartenza? Arriviamoci, a Capri. Si approda al porto di Marina Grande. Policroma, vivace, è solo più un varco d’ingresso. Poi funicolare e si arriva praticamente nella piazzetta. La piazza tra le più famose del mondo. Paolo Sorrentino nel suo recente film “È stata la mano di Dio” ce la fotografa con taglio onirico: deserta, in piena notte. Bagaglio leggero e pronti per la passeggiata che dalla piazzetta, lungo Via Tragara, ci porta al luogo unico dove si pernotta e si cena. Sì, la destinazione fiabesca è l’Hotel Punta Tragara. Capri, la sua luce. Il mare sfiora gli scogli e accarezza l’anima. Ma come si potrebbe non avvertirlo l’incanto dell’aria profumata? Il mix divino di alberi, fiori e salsedine. E i Faraglioni che emergono dal blu del mare come giganti, saggi ed ardimentosi nella loro eterna scalata al cielo.


Punta Tragara, la magia dell’isola immutata

In questo giuoco seduttivo del mare che gioca con il cielo, Punta Tragara alloca le sue architetture per rendere indimenticabile il soggiorno. Molto confortevoli e molto luminose le sette suite e le tre camere. Per piacere, nessun orologio! È l’ora del crepuscolo. Aperitivo in terrazza, con vista sui Faraglioni.


A Capri, quando il sole pian piano si tuffa nel mare, vuol dire che è sera e che quindi si cena. Si cena a bordo piscina, incantevole il panorama. Siamo al ristorante stellato Le Monzù, annesso all’hotel. In cucina il bravissimo Luigi Lionetti, caprese. Il servizio di sala è semplicemente impeccabile: non una sbavatura, sempre la cordialità di un non affettato sorriso. Grande professionalità nel saper raccontare le pietanze, i vini, gli abbinamenti. Pani fatti in casa. Il benvenuto dalla cucina consiste in una delicata Bouche di tonno scottato, su crema di cipollotto e crumble di tarallo napoletano. Su suadente consiglio dello chef la cena principia con un delicato Bon bon di gamberi contornato da cremoso di mandorle, zuppetta di olive verdi e acqua di pomodoro con briciole di limone candito.


Si prosegue con i Mezzi paccheri di Gragnano Igp, al ragù. Sì, ma è ragù di polpo! Fuor di sineddoche, bellissimo il piatto. Buona la pietanza, con prorompente effluvio di sapido sapore. Il competente sommelier ci stimola a vivere contrappunti in calice. Si spazia dal Verdicchio di Jesi Classico ad un poderoso Trebbiano.


Altro graditissimo primo: Ravioli di parmigiana di melanzane con sabbia di cacao. Esecuzione impeccabile, grande armonia. In funzione del pescato, con approvvigionamenti diretti dai pescatori locali, giunge in tavola un ottimo Dentice contornato dalla scarola maritata e da un supporto di aglio di Nubìa. Ed è su questo dentice che troviamo nel calice il poderoso Trebbiano d’Abruzzo Doc 2018 Riserva Masciarelli by Marina Cvetic.


A compimento di tale cena, un dolce molto gradito: Lingotto alle mandorle e pere, con cremoso al mascarpone, sorbetto di mango e curry. Piccola pasticceria a delizia ulteriore. Lo chef Luigi Lionetti ha competenze solide e passione grande. Dalla sua altra dote, la più rara: schietta e radicata modestia. Tutto ciò gli consente agevolmente di soddisfare i palati esigenti della sua cosmopolita clientela e di porsi obiettivi sani e forti di ulteriore crescita. La seconda stella giungerebbe meritata. L’indomattina prima colazione memorabile. Buffet gioioso, servizio impeccabile con un “benvenuto” che è anche sorta di “buongiorno” davvero sorprendente. Ci mancava da anni la riproposizione delle eggs benedict.


L’incanto dei tempi che furono all’Hotel Villa Marina Capri

Ci si accomiata dal Punta Tragara. Ci spostiamo verso Marina Grande all’Hotel Villa Marina Capri, prestigioso cinque stelle. Ventuno camere non numerate bensì identificate da nomi di personaggi famosi vissuti a Capri nei secoli scorsi.


Il ristorante interno è Ziqù Terrace: aperto sia a pranzo, con appetibile light lunch, sia a cena che, stante anche la vista, diviene cena di grande fascino. Lo chef è Manuele Cattaruzza, poco più che quarantenne, veneto figlio d’arte. Variegate esperienze e poi l’incontro con lo chef Enrico Derflingher che lo introduce nel mondo dell’alta ristorazione. A Capri è al Quisisana di Capri e poi Tiberio Palace Hotel. Praticamente naturalizzato caprese, da otto anni è al governo della cucina del ristorante Ziqù. Bravissimo nell’interpretazione di una cucina mediterranea che sebbene in località isolana, non trascura le carni. Attingendo alla memoria ancor prima che agli appunti, segnaliamo lo squisito Spaghettone di Gragnano Aglio, olio e peperoncino con scampi e tarallo alle mandorle a cui dare seguito, in continuità con la Pasta di Gragnano, con il Mischiato di Gragnano Cozze & patate. Ottimi anche i dolci. Sapiente carta dei vini e intriganti proposte di liquori da fine pasto.

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