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Hiroshima e Nagasaki: il Giappone si era arreso ben prima delle atomiche…

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Mamoru Shigemitsu, ministro degli esteri giapponese, firma la resa il 2 settembre 1945 davanti al generale Douglas MacArthur

Mamoru Shigemitsu, ministro degli esteri giapponese, firma la resa il 2 settembre 1945 davanti al generale Douglas MacArthur

I giapponesi avevano chiesto la resa alcuni mesi prima del bombardamento di Hiroshima e Nagasaki. A rivelare, anzi ricordare, questa pagina tremenda della Seconda guerra mondiale è David Payne sul National Interest, che ripesca dagli archivi una parte di storia dimenticata quanto orribile.

“Uno dei più grandi miti popolari della seconda guerra mondiale –  scrive Payne –  è che Truman non avesse altra scelta che sganciare le bombe atomiche sul Giappone perché i giapponesi erano disposti a combattere fino all’ultimo uomo e che sganciare le atomiche ha salvato la vita a un milione di soldati statunitensi che sarebbero morti in un’invasione delle isole giapponesi”.

“In realtà, l’esercito degli Stati Uniti all’epoca stimò che l’invasione su vasta scala del Giappone avrebbe comportato la morte di 44.000 i soldati. Ma la cruda verità è che i bombardamenti atomici statunitensi sul Giappone non hanno salvato la vita a nessun militare statunitense perché il Giappone aveva tentato di arrendersi già diversi mesi prima dei bombardamenti atomici, dopo la conquista da parte degli Stati Uniti dell’isola delle Marianne e l’inizio della campagna di bombardamenti dei B-29 sulle più grandi città del Giappone del luglio del ’44”,

Il Memorandum MacArthur

“Il generale Douglas MacArthur aveva raccolto cinque diverse richieste di resa di alto livello da parte dei giapponesi, che presentavano condizioni di resa praticamente identiche a quelle che abbiamo imposto loro sette mesi dopo, e le aveva inviate a FDR [Franklin Delano Roosevelt ndr] nel gennaio 1945, poco prima della Conferenza di Yalta, in forma di un Memorandum di quaranta pagine. Purtroppo, FDR le rigettò, osservando che ‘MacArthur ‘è il nostro più grande generale, ma un modesto politico”.

“Non è chiaro quale fosse esattamente la logica di FDR, – aggiunge Payne – dal momento che la resa del Giappone nel gennaio 1945 sarebbe stata accolta con grande sollievo dall’elettorato statunitense stanco della guerra, ma alcuni hanno ipotizzato che la decisione fosse dovuta al suo desiderio di prolungare il conflitto in modo da consentire ai sovietici di intervenire nella guerra del Pacifico e spartirsi con questi le conquiste territoriali”.

Motivazioni a parte, che potrebbero esser vere come no (come potrebbero essercene altre, ad esempio mostrare al mondo la Bomba che avrebbe consegnato l’egemonia globale agli Usa), la rivelazione del gran rifiuto resta ed è talmente sconvolgente che sembrerebbe frutto dell’abbaglio di un cronista che indulga al complottismo. Invece, le fonti che cita Payne sono più che solide.

“L’esistenza del Memorandum  MacArthur – scrive Payne – è stata rivelata per la prima volta dal giornalista Walter Trohan sulle prime pagine del Chicago Tribune e del Washington Times-Herald quattro giorni dopo la resa dei giapponesi del 15 agosto”.

[Trohan]  “Era stato costretto a tenerlo nascosto per sette mesi a causa della censura propria del tempo di guerra. Gli era stato consegnato in via riservata dal Capo di stato maggiore di FDR, l’ammiraglio William Leahy, il quale temeva che sarebbe stato classificato top secret per i decenni a venire o addirittura distrutto”.

“La sua autenticità non è mai stata messa in dubbio dall’amministrazione Truman. Come scrive l’ex presidente Herbert Hoover nelle sue memorie, Freedom Betrayed: Herbert Hoover’s Secret History of the Second World War and its Aftermath , la sua veridicità è stata confermata in ogni dettaglio dallo stesso generale MacArthur. Ed è stato confermata anche nel libro  How the Far East Was Lost di Anthony Kubek”.

“A parte alcune altre fonti conservatrici dell’epoca, la sua esistenza è stata in gran parte cancellata dai libri di storia approvati dall’establishment liberale, che ha cercato di nascondere verità tanto scomode di un conflitto che ha a lungo raccontato, travisando la storia, come ‘la buona guerra’”.

Payne dettaglia il numero impressionante di morti che la resa anticipata dei giapponesi avrebbe risparmiato: non solo le vittime di Hiroshima e Nagasaky, non solo i soldati americani e giapponesi e i civili nipponici caduti dal gennaio all’agosto del ’45, ma anche tutte le innumerevoli vittime, cinesi, giapponesi e russe, causate dalla guerra che si stava consumando in Cina, dove i cinesi avevano trovato il supporto dei sovietici contro i giapponesi. E probabilmente le vittime successive, causate dalla guerra civile cinese tra comunisti e nazionalisti e tanti altri.

Per non parlare del fatto che il venir meno dell’impegno nel Pacifico avrebbe presumibilmente accorciato i tempi dell’altro fronte, quello occidentale, e magari anche del calvario dei campi di sterminio nazisti, che negli ultimi mesi intensificarono la loro funesta attività…

L’altra guerra, dimenticata, del fronte asiatico

A tale rivelazione Payne fa seguire alcune considerazioni sull’influenza decisiva delle opinioni di MacArthur sul destino successivo del Giappone, al quale fu risparmiata la sorte della Germania, ma soprattutto, più interessante, sul ruolo che i sovietici ebbero sul fronte asiatico, spesso ignorato dai libri di storia.

Appare esagerato quanto scrive Payne, che cioè le atomiche influirono poco sulla decisione di Tokio di arrendersi (in realtà di arrendersi per la sesta volta, a stare ai documenti citati); e che i giapponesi “decisero di arrendersi incondizionatamente agli Stati Uniti il ​​15 agosto dopo la fulminea vittoria sovietica della ‘tempesta d’agosto’ in Manciuria”, che pure accelerò la resa (lo dice la tempistica).

Ma è pur vero che, nonostante fossero stati sconfitti da entrambe le potenze, essi decisero di arrendersi agli Stati Uniti, temendo che il loro Paese finisse smembrato come la Germania. Così i dividendi di quella vittoria, che costò vittime americane, cinesi e russe (e più russe e cinesi che americane), di fatto furono appannaggio soltanto degli Stati Uniti.

Forse è un bene, data la sorte toccata ai Paesi satelliti dell’Unione sovietica, ma insieme alle luci occorre tenere presente anche le ombre, che fanno del Giappone l’unico Paese asiatico a condividere la sorte della sovranità limitata che pesa su tanti Stati europei. Ma con i se non si fa la storia.

Resta che, al netto dei “se e dei ma”, questa pagina dimenticata/cancellata della Seconda guerra mondiale conferma le osservazioni di Hegel sulla tragedia della storia, che riportiamo: “Solo mettendo insieme esattamente le calamità sofferte da quanto di più splendido è esistito in fatto di popoli e di stati, di virtù private e di innocenza, e in tal modo si può spingere il sentimento sino al più profondo e inconsolabile cordoglio, che non è compensato da nessun risultato conciliante, e nei riguardi del quale noi organizziamo la nostra difesa o ricuperiamo la nostra libertà, solo pensando: – è andata così, è il destino; non c’è nulla da farci …”

“Ma pure quando consideriamo la storia come un simile mattatoio, in cui sono state condotte al sacrificio la fortuna dei popoli, la sapienza degli stati e la virtù degli individui, il pensiero giunge di necessità anche a chiedersi in vantaggio di chi, e di quale finalità ultima, siano stati compiuti così enormi sacrifici”.

 

 

 

 

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