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I referendum fantasma: ecco chi ha paura del verdetto degli italiani sulla giustizia

Un fantasma si aggira per l’Italia, anzi cinque. Sono i quesiti referendari sulla giustizia abbandonati ormai al loro ineluttabile destino. Uno l’avevamo già smarrito per strada, quello sulla responsabilità civile dei magistrati, non ammesso dalla Corte costituzionale presieduta da Giuliano Amato.

Stessa sorte era toccata pure a quelli sull’eutanasia e sulla liberalizzazione della cannabis. Troppo “innovativi” secondo il giudizio della Consulta. In effetti, anche rispetto a quanto aveva dichiarato il presidente Amato alla vigilia del verdetto sulla necessità di non ricercare il “pelo nell’uovo”, la motivazione ha destato più di una perplessità perché si è andati ancora una volta oltre i limiti stabiliti dall’art. 75 della Costituzione. In tal modo, si è operata una censura preventiva del testo che sarebbe venuto fuori da un’eventuale vittoria referendaria. Sarebbe toccato poi all’organo legislativo correggere l’effetto “manipolativo” provocato, a dire della Corte, dall’abrogazione della norma approvando in Parlamento le eventuali modifiche.

Così, invece, si è sottratta la scheda referendaria ai cittadini e questa non è mai una buona notizia per la democrazia. Almeno, sarebbe più corretto pronunciarsi sull’ammissibilità dei quesiti prima della raccolta delle firme. Si risparmierebbero tempo e fatica. Ma tant’è, in Italia la strada verso l’inferno è sempre lastricata di buone intenzioni. Così tutto il sistema resta sclerotizzato e nessuno disturba il manovratore.

Perciò, come prevedibile, pure sui cinque quesiti sopravvissuti si sono abbattuti il sostanziale disinteresse dei mezzi di informazione e gli imbarazzati balbettii della politica che vuol tenersi a debita distanza da un tema piuttosto scivoloso. Già ci ha pensato il governo a rendere meno agevole il lavoro per i promotori del referendum fissando per l’ultima domenica utile le operazioni di voto e limitandole a una sola giornata. Anche l’abbinamento con le amministrative non è stato un atto di grande magnanimità visto e considerato che le percentuali di astensionismo sono in crescita da tempo e, quindi, non ci sarà l’effetto traino.

Il boicottaggio di giornali e tv

Ecco che mancava la ciliegina sulla torta per rendere ancora più arduo il cammino verso il quorum: il boicottaggio di giornali e televisioni. Gli stessi che hanno martellato nei due anni pandemici caldeggiando qualsiasi provvedimento liberticida, gli stessi che poi si sono erti a difensori della libertà degli ucraini con lo scoppio della guerra e che ora si guardano bene dal dare un po’ di visibilità a uno strumento di democrazia diretta. Scovare un riferimento ai referendum nei notiziari, nei boriosi talk-show e sulle pagine dei giornali principali è impresa assai ardua, degna di un Indiana Jones a caccia di qualche reperto raro e introvabile in un pozzo buio e profondo.

Eppure, il vero luogo in cui si celebra la democrazia è l’urna elettorale. E non importa che le questioni sul tappetto siano complesse (obiezione che fa sorridere amaramente visto che fino a ieri si è discettato di virologia ed epidemiologia perfino nei programmi di intrattenimento), perché spetterebbe ai politici e agli organi di informazione far comprendere ai cittadini i meccanismi di organizzazione ed elezione del Csm, la garanzia che offre la separazione delle funzioni tra magistratura giudicante e inquirente, la necessità di maneggiare con cura un istituto delicato come la custodia cautelare, che priva l’indagato della libertà prima ancora della condanna e sulla base di un presupposto aleatorio come la possibile reiterazione del reato o, infine, l’incompatibilità tra la legge Severino e il principio costituzionale di non colpevolezza. Nonché come queste questioni così importanti e delicate impattano sulle loro vite.

Il muro eretto a difesa dello status quo

Perciò, risulta a maggior ragione anacronistica la posizione pilatesca di quanti sostengono che non è con i referendum che si riforma la giustizia. Peccato, però, che dai tempi del caso Tortora, si procede in maniera oscillante e si finge che non esistano casi in cui soprattutto l’indagato/imputato ignoto è privato delle dovute tutele quando si trova coinvolto suo malgrado in un procedimento giudiziario. È pur vero che, in questa legislatura, il partito di maggioranza relativa ha una posizione iper-giustizialista sulla quale ha costruito gran parte dei consensi conquistati al tempo dei vaffa.

È altrettanto innegabile che il suo principale alleato, il Pd, non è mai riuscito ad affrancarsi da una posizione saldamente conservatrice sul punto, che l’intero arco costituzionale sente spesso il richiamo del populismo giudiziario e che la riforma Cartabia serve più a trovare un equilibrio nell’ampia e disomogenea maggioranza di governo che a migliorare il funzionamento della macchina giudiziaria. Insomma, è complicato fare breccia in questo muro invalicabile eretto a difesa dello status quo.

Un’occasione da non perdere

Tuttavia, questi referendum sono un’occasione più unica che rara sotto un duplice profilo. Da un lato, i cittadini possono finalmente riappropriarsi di uno spazio di confronto democratico indispensabile in un Paese che si sta quasi disabituando o forse (e sarebbe peggio) disaffezionando alle elezioni. Dall’altro, per chi è favorevole ai cinque quesiti o alla gran parte di essi, l’opportunità è addirittura doppia perché può condurre all’affermazione di norme garantiste dopo tanti decenni in cui è prevalso il più cupo giacobinismo.

Il controverso politico americano Ralph Nader, riprendendo un concetto in voga nell’antica Grecia, ha lanciato tempo fa un ammonimento più che condivisibile: “Se non ti occupi di politica, sarà la politica a occuparsi di te”. La sua è pure una chiara rivisitazione della figura dell’analfabeta politico teorizzata da Brecht. Parafrasando, se il cittadino non si occupa di giustizia, magari sarà la giustizia ad andare a bussare alla sua porta. Ne sanno qualcosa i tanti involontari emuli del kafkiano Joseph K. Qualcuno lo spieghi a chi sta tentando di silenziare questi referendum condannandoli all’oblio in modo da stroncare qualsiasi velleità riformatrice.

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