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Il negoziato di Draghi per sbloccare il grano ucraino

Un negoziato sul grano, che potrebbe essere l’inizio di un percorso verso la pace. Anche se di spiragli di pace finora non se ne vedono. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha telefonato ieri al presidente russo Vladimir Putin, nel tentativo di sbloccare le derrate di grano ferme nei depositi ucraini. «Ne ho sentito la responsabilità, l’ho chiamato per un preciso motivo, per la crisi alimentare in atto, perché c’è in gioco la vita di milioni di persone», ha detto il premier in una rapida conferenza stampa convocata subito dopo aver chiuso la chiamata con il Cremlino.

Per il resto «ha parlato quasi sempre Putin, sul gas ha parlato da solo». E Draghi si è limitato ad ascoltare. Ma a chi gli chiede se dopo il colloquio vede spiragli di pace, la risposta di Draghi è secca: «No, non ne vedo».

L’unico spiraglio utile che si è aperto è quello sulle derrate alimentari. Il presidente russo ha assicurato che Mosca «è pronta a dare un contributo significativo al superamento della crisi alimentare attraverso l’esportazione di cereali e fertilizzanti», ma «a condizione che le restrizioni politicamente motivate siano revocate dall’Occidente».

Draghi intanto ci prova. Come racconta Repubblica, il premier lavora a questo negoziato sul grano da due settimane. Il piano di Palazzo Chigi prevede un percorso a tappe: gli ucraini si impegnano a sminare i porti in cui rischiano di marcire enormi quantità di cereali, i russi promettono di non attaccare le squadre di esperti impegnati nell’operazione. E, soprattutto, accettano di non sfruttare la finestra di accordo per sbarcare sulle coste di Odessa.

«Un piano ardito», che nasce a Palazzo Chigi dopo aver ottenuto il via libera di Biden nel corso della missione di metà maggio alla Casa Bianca. Prende forma con la sponda di Bruxelles e il sostegno di Macron, che il premier incontrerà il prossimo 9 giugno durante un viaggio a Parigi per l’Ocse. E si propone di aggiungere un nuovo tassello lunedì, durante il Consiglio europeo straordinario, dove Draghi conta di compattare gli alleati.

Passo dopo passo, dunque. Il primo è stato il contatto con Zelensky, sabato scorso. Ne è seguita la richiesta al Cremlino di un colloquio con Vladimir Putin, fino alla telefonata di ieri. E la proposta di un progetto «umanitario», perché a rischiare è soprattutto l’Africa.

Una mediazione al limite dell’impossibile, come ammette anche Draghi: «Attenzione, è un tentativo che potrebbe finire nel nulla, ma che mi sento di fare. La gravità della situazione ci impone di rischiare e provare cose che possono anche non riuscire».

La propaganda di Putin racconta diversamente l’esito del colloquio, non coincidente con quanto detto da Draghi. I russi fanno sapere che a chiamare è stato il premier italiano, che la crisi alimentare è colpa delle sanzioni e a bloccare i porti sono le mine ucraine. Che è possibile sminarli e liberare le navi a patto che l’Occidente cancelli misure ingiuste. E Mosca, infine, continuerà a fornire gas all’Italia ai prezzi già concordati.

Per Draghi, ovviamente, non esiste la precondizione della revoca delle sanzioni. Ricorda che sono state varate a causa dell’invasione russa e non ne fa cenno descrivendo la trattativa. Serve «collaborazione», dice.«Da una parte devono sminare, dall’altra garantire che non avvengano attaccati durante lo sminamento».

Non dice di più neanche sui paletti fissati dai contendenti. «Non abbiamo esplorato a lungo le garanzie», spiega, «perché può essere che il tentativo non avrà esito». È chiaro insomma che per adesso si cerca soprattutto di costruire fiducia tra nemici. Draghi, comunque, prende il buono del momento: «C’è stata una disponibilità di Putin a procedere in questa direzione. Chiamerò Zelensky per vedere se c’è una analoga volontà». La ragione dello sforzo è etica, ma anche strategica. Una crisi alimentare avrebbe conseguenze nei processi migratori. L’Italia, che è confine Sud dell’Europa, verrebbe investita da flussi pesanti.

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