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Infermieri e OSS rischiano di scoppiare: troppi pazienti, troppo lavoro, troppo poco il personale in servizio.

Non ce la fanno più e rischiano di scoppiare, molti sono già da tempo in burnout. Accade in Friuli Venezia Giulia e in Trentino Alto Adige, dove Infermieri e Operatori Socio Sanitari (OSS) continuano ad essere sottoposti a regimi lavorativi disumani per mancanza ormai cronica di personale. Il fisico e la testa ormai sono allo stremo.

In terra trentina il rapporto infermieri/pazienti, ad esempio, è di 1 a 14, mentre in quella friulana il rapporto si attesta attorno a 1 su 8.

Sono i dati forniti dall’Ordine delle Professioni Infermieristiche della Provincia Autonoma di Trento. Se poi ci spostiamo nelle case di riposo il quadro è a tinte più fosche.

«Ci sono Rsa – spiega il presidente Daniel Pedrotti – dove il rapporto è di 1 a 20 o 1 a 30. Se poi si va a guardare i turni di notte si arriva ad un rapporto di 1 a 100 o anche di 1 a 110».

E’ quanto riferiscono i colleghi de Il Giornale Trantino. Si dirà che le esigenze degli anziani nelle Rsa non è lo stesso dei pazienti negli ospedali. Vero, ma è altresì vero che la qualità della vita passa anche dalla qualità dell’assistenza che viene fornita.Parliamo della qualità della vita dei pazienti e degli operatori dell’infermieristica. Poi c’è tutto il capitolo Oss (Operatori socio sanitari). In tutta l’Apss se ne contano circa 850. All’appello, per avere un organico con efficienza massima, ne servirebbero altri 100. Un lavoro di contatto con il paziente, quello delle Oss e degli Oss: un lavoro delicato, importante (ne parliamo sotto). E mentre i sindacati affilano i coltelli (per venerdì pomeriggio è stato annunciato un presidio sotto le finestre della giunta provinciale, in piazza Dante a Trento) l’ordine professionale punta il dito verso le falle del sistema, verso i buchi nella barca della sanità trentina. Fori – intendiamoci – che non si sono creati ieri. La responsabilità politica non è solo di chi comanda oggi, ma anche di chi ha preceduto la silente assessora alla salute Stefania Segnana. E discorso analogo si può fare con la dirigenza, con l’abbottonatissimo direttore generale Antonio Ferro.

Lo dicono i sindacati e lo ribadisce, con toni diversi, più istituzionali, l’ordine professionale: se il lavoro nella sanità trentina non è attrattivo, le professioniste e i professionisti della sanità se ne vanno o non si presentano. È una regola base nel mondo del lavoro e non si capisce perché non dovrebbe valere nel “pianeta salute”. Oggi un infermiere o un’infermiera non turnista può portare a casa da 1400 a 1500 euro al mese. Se consideriamo un turnista con notturni e festivi si può arrivare a 1800 o 1900 euro. Ne vale la pena? La domanda c’è chi se la pone tutti i giorni. La passione fa rispondere di sì, la famiglia e le bollette inducono a dire di no. Non è filosofia, è matematica.

E allora che si fa? «Per far ritornare attrattiva la professione infermieristica è necessario assicurare retribuzioni coerenti alle responsabilità assunte e alle competenze – dice Pedrotti – . Gli infermieri italiani sono fra i più sottopagati a livello europeo. Health at a Glance 2021 fa il raffronto delle retribuzioni degli infermieri e peggio dell’Italia nella classifica dei guadagni vanno solo altre dieci nazioni sui 35 Paesi Ocse. Le retribuzioni degli infermieri non subiscono grosse e sostanziali variazioni da anni. In Germania e Regno Unito lo stipendio medio è circa 2.500 euro, mentre la media europea si attesta intorno ai 1.900 euro». L’ordine invita ad un cambio di marcia nel sistema dell’assistenza sanitaria: «Si devono promuovere modelli innovativi, si devono dare prospettive di carriera, di crescita».

Una babele!

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