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La Pelosi parte per l’Asia. Possibile la tappa a Taiwan

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Fotogramma della CNN con Pelosi che incontra un leader asiaticoInizia il tour di Nancy Pelosi in Asia. Nel comunicato reso pubblico prima della partenza non c’è traccia di uno scalo a Taiwan, ma i media americani ripetono di aspettarsi una tappa sull’isola, nonostante gli avvertimenti severi da parte delle autorità e dell’esercito cinese.

La speaker della Camera, da parte sua, continua a mantenere un riserbo ambiguo su una possibile sorpresa di tal fatta (New York Times), che alcuni ipotizzano possa venire giustificata come scalo tecnico, per fare carburante.

Fiato sospeso, dunque, per quanto potrà accadere. Tante le ipotesi avanzate dai media Usa sulla possibile reazione di Pechino, ma nessuno si aspetta un vero e proprio confronto militare, anche se l’incidente non è affatto escluso, dal momento che tutti gli osservatori convergono sull’ipotesi che i jet cinesi possano mostrare i muscoli.

Curioso notare come la partenza della Pelosi sia coincisa con la ricaduta di Biden, che risulta di nuovo positivo al Covid dopo esserne uscito da poco. Al di là dell’aspetto sanitario della questione, sul quale torneremo, va ricordato che si era contagiato una prima volta alcuni giorni fa, esattamente il giorno dopo il rimprovero pubblico diretto alla Pelosi per un viaggio che il presidente non gradisce affatto (in realtà ha parlato delle preoccupazioni dei militari, che hanno dichiarato che la visita è “inopportuna”, ma è lo stesso).

Al di là del bizzarro intreccio tra malattie presidenziali e visita potenzialmente incendiaria, resta l’enormità di quanto sta avvenendo, che potrebbe vedere gli Stati Uniti sfidare apertamente la Cina su una linea rossa, considerata come tale da decenni da entrambe le sponde del Pacifico.

Sembra ripetersi lo scenario ucraino, sottovalutando in maniera criminale le conseguenze di tale follia. Responsible Statecraft aggiunge che, in contemporanea con viaggio della Pelosi, il senatore democratico Bob Menendez, a capo della Commissione Esteri del Senato, e il senatore repubblicano Lindsey Graham presenteranno al Congresso una proposta di legge che mira a modificare la politica estera dell’America nei confronti di Taiwan.

La nuova legge prevede di armare pesantemente l’isola e di introdurre una serie di paletti nei confronti dei desiderata della Cina riguardo l’isola, che, se infranti, innescherebbero dure sanzioni contro il gigante asiatico e le sue autorità.

Di fatto, se entrasse in vigore, la norma “minerebbe” nel profondo la politica “China One” che finora ha regolato i rapporti tra le due potenze relativamente a Taipei, ha spiegato a RS  Michael Swaine, del Quincy Institute.

Incenerendo apertamente la linea rossa cinese, l’America sta dichiarando guerra a Pechino. Al solito, senza dirlo, così da poter accusare di ciò i suoi antagonisti in caso di reazione.

Una reazione che non può non arrivare. Si spera che sia contenuta, ma, come accade spesso in questi casi, vedi Ucraina, gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo.

Il dado sembra essere tratto: sui media americani sono pochi e isolati gli inviti alla Pelosi a rinunciare, dal momento che l’avversione alla Cina accomuna un po’ tutti, sia l’establishment che i suoi oppositori repubblicani che potremmo definire di rito bannoniano.

Solo Trump e pochi altri del partito repubblicano a lui vicini hanno denunciato la provocazione indebita da parte della speaker della Camera, particolare che indica perché l’ex presidente degli Stati Uniti deve esser eliminato dai giochi, destinandolo al carcere o altro.

In questo è accomunato al suo apparente antagonista, il presidente in carica, anche lui considerato troppo acquiescente verso Pechino dal suo stesso partito e anche lui destinato a essere eliminato, almeno nelle intenzioni, dalla sfera pubblica. La geopolitica spesso disegna convergenze impossibili.

 

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