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«La poesia resiste se solo le persone la leggessero…» – www.ideawebtv.it – Quotidiano on line della provincia di Cuneo

Scrittore riservato, poeta spirituale e concreto al contempo. Intimista, pavesiano e insieme entusiasta innovatore, linguisticamente ricercato seppure nella comprensibilità della lingua poetica che, talvolta, diviene prosa. Legato alla natura, al mito, al realismo e alla trascendenza, alla storia e alla riflessione. È così, Beppe Mariano, la cui espressione ha attraversato 50 anni del panorama poetico e culturale italiano.

Beppe, lei è una delle voci più importanti della poesia contemporanea in Italia e ha ricevuto in questi giorni due importanti premi alla carriera: a Pisa e Imperia. Ci racconta del suo percorso poetico?

«Tre anni fa mi fu conferito il Guido Gozzano alla carriera; ora, a Pisa e a Imperia lo stesso premio lo stesso giorno, alla stessa ora. Sembra una di quelle coincidenze astrologiche che piacevano a Borges… Ho iniziato ufficialmente proprio a Pisa nel 1964. Con le prime poesie ancora inedite vinsi il Città di Pisa. Questo riconoscimento alla carriera, da Alessandro Fo, rappresenta la chiusura di un percorso. Dopo quell’esordio fortunato invece di pubblicare, mi dedicai allo studio delle letterature, della filosofia. Il diploma universitario in storia del teatro mi è stato indispensabile per poter collaborare per vent’anni con due quotidiani torinesi. Ho pubblicato il mio primo libro di poesia solo a 52 anni. Prima ho svolto un lungo tirocinio su riviste letterarie. Un grato ricordo va alla rivista “Pianura” che fondammo, Se­bastiano Vassalli (che la diresse) Giorgio Bàrberi Squarotti, Angelo Jacomuzzi, Cesare Greppi, Adriano Accattino, un giovanissimo Roberto Mussa­pi, qualche altro ed io. Poi fui a Firenze per nove anni nella rivista di Mariella Bettarini, “Salvo Imprevisti”. Dal 2000 al 2010 ho diretto con l’indimenticabile Maria Caldei, Franco Romanò, prima a Milano poi a Roma la rivista “Il cavallo di cavalcanti”. Dopo due plaquettes, una con Vassalli e l’altra a Siena con Lolini, mi decisi finalmente di pubblicare il mio pri­mo libro: “Ascolto dell’erba” (L’Arciere, 1990). Vinsi il premio Moncalieri e al premio Buzzati il mio libro fu notato da Giuseppe Conte che mi scrisse. Iniziò così il trentennale rapporto di stima ed amicizia che ho con lui e che riconosco come maestro. Nel 1996 pubblicai a Torino presso Genesi la raccolta “Scenari di congedo” con la prefazione di Bàrberi Squarotti (mio maestro e amico) che vinse nell’ambito del Grin­zane Cavour il premio Cesare Pavese. Tornai a pubblicare dieci anni dopo. Vassalli mi propose all’editrice Inter­linea e uscì “Il passo della salita”. Con Interlinea pubblicai ancora dieci anni dopo “Attra­versamenti”, che vinse il premio della giuria popolare al Pon­tedilegnoPoesia. Ma intanto era uscita da Aragno nel 2012 l’antologia di tutte le mie poesie “Il seme di un pensiero. Poesie 1964-2011” con la quale vinsi, tra gli altri, i premi Guido Gozzano, Ada Negri, Arenzano-Rodocanachi e premio della giuria al Gio­vanni Pascoli. All’università romana di Tor Vergata, fu accolto in un seminario di poesia; determinò una tesi di laurea. Iniziai a collaborare con la rivista “In Limine” di quell’università e successivamente con “Mosai­co Italiano”. Il riconoscimento più importante l’ho ottenuto con “Il Monviso e il suo rovescio”, edito da Mursia: il premio internazionale Lerici Pea, insieme con Maria Grazia Calandrone e Paolo Febbraro. L’anno scorso ho pubblicato dal raffinato editore abruzzese Di Felice, “La guerra di Annina e i camminanti”, che ha vinto il premio “Il Meleto di Guido Gozzano” ed è giunto secondo al Premio Città di Pisa, dov’era iniziato il mio percorso poetico. Del teatro mi limito a dire che ho scritto il dramma “Il caso Molineri” sulla rivista “Astolfo” dell’Università di Torino oltre a una ventina di monologhi, alcuni rappresentati. Aggiungo una curiosità. Seguito da Albino Galvano, a metà degli anni ’70 per dieci anni ho prodotto poesia visiva con mostre personali e altre in collettiva con i migliori pittori italiani di quegli anni».

È di Savigliano, ma dimora spesso alle falde del Monviso. Come definirebbe il suo rapporto con la città e con la sua “montagna totemica”?

«In verità Savigliano, dove sono nato e dove ho sempre vissuto, tranne una decina d’anni a Torino e tre a Firenze, non mi ha mai troppo corrisposto. Succede spesso, del resto, nelle piccole città dove le invidie e le negligenze dominano. Il Monviso ha per me un rapporto particolare, motivato anche dal fatto che ho vissuto per molti anni in un attico proprio di fronte alla grande montagna. Ad un certo punto mi sono reso conto che avevo instaurato con essa, con lei anzi, un rapporto da figlio a madre. Il frontale del Monviso lo avvertivo accogliente come un abbraccio materno. Bisogna pur mettere in conto che, avendo perso mia madre quando avevo sette anni, il mio rapporto con il Monviso è stato ed è anche di tipo psicanalitico. Mi è piaciuto tuttavia narrare in versi del Monviso alcune storie, o inventate o desunte dal dialetto e rigenerate in lingua italiana».

Le sue poesie sono state tradotte in varie lingue e inserite in svariate antologie. Quali sono i temi a lei più cari?

«Alla domanda ho già risposto in parte. Aggiungo che sono stato tradotto in lingua rumena, francese, polacca, tedesca e in portoghese. Sono presente in una ventina di antologie, l’ultima delle quali è uscita a Rio de Janeiro e s’intitola “Vozes, cinco decàdas de poesia italiana” curata da Peterle e Santi. I temi più cari sono la montagna, ma non tanto quella descrittiva e paesaggistica, come ho cercato di spiegare, bensì come metafora dell’io più riposto».

C’è una raccolta poetica o un’opera cui è particolarmente legato?

«Ovviamente mi sento molto legato a “Il seme di un pensiero” nel quale vi sono i miei quasi cinquant’anni di scrittura poetica. Ma anche il più recente “Il Monviso e il suo rovescio” non solo perché con esso ho vinto uno dei tre maggiori premi, ma perché rappresenta una svolta importante: ho iniziato una poesia nuova, sempre d’impronta civile, la cui particolarità è di riprendere la poesia sperimentale sul rapporto Uomo-macchina che ho scritto tra anni ’70 e ’80».

Qual è, secondo lei, il ruolo della poesia oggi e quale il compito del poeta?

«Definire la poesia civile è una tautologia. La poesia secondo me è sempre civile, e credo che potrebbe parlare alla gente, solo venisse letta. Il ruolo? È quello di resistere. In un mondo regolato dal profitto, la poesia che non produce vendite (salvo qualche similpoesia di astuti simulatori) è relegata ai margini. Il compito del poeta è di non arrendersi e di poetare, possibilmente con anelito civile, in una lingua attuale, che può essere quella dei parlanti purché ricreata».

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