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La presenza di Al Zawahiri in Afghanistan non agevolava chi voleva risollevarne l’economia

Era toccato in precedenza ad Obama annunciare la morte di Osama bin Laden, poi a Trump quella del leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi e ora è toccato al presidente Biden annunciare la morte di Al Zawahiri, un uomo che ha segnato la storia di Al Qaeda. Inizialmente figura di riferimento della Jihad islamica egiziana, in seguito il medico egiziano con Osama bin Laden ha orchestrato diversi attentati terroristici. Fu accusato di essere uno dei registi degli attacchi nel 1998 alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania. Dal 2011 aveva preso le redini di Al Qaeda.

Al Zawahiri negli anni ha fornito una guida strategica alla rete di organizzazioni ampiamente diffusa di Al-Qaeda. Il medico egiziano era una delle poche persone rimaste in grado di fungere da collante per tenere insieme la rete terroristica. Ora che è morto, dovremmo aspettarci che Al-Qaeda attraversi un periodo di tumulti interni che serviranno, come sperano gli Usa, a fratturare l’organizzazione. I talebani, tuttavia, non dovrebbero dormire così tranquillamente. Gli alti funzionari dell’amministrazione Biden hanno chiarito che dei dirigenti della rete Haqqani hanno sostenuto il trasferimento di Zawahiri a Kabul. Al momento non sembra chiaro se altri leader talebani fossero coinvolti in modo simile nel fornire rifugio al leader di al-Qaeda nella loro capitale. Se fornivano rifugio, gli impegni che avevano firmato a Doha erano privi di significato. In caso contrario, dovrebbero agire contro gli Haqqani. In entrambi i casi, i talebani improvvisamente ora hanno molto di più da dimostrare al mondo esterno. Un buon punto di partenza sarebbe quello di consegnare Mark Frerichs, l’innocente ostaggio americano preso dagli Haqqani più di due anni fa.

Zawahiri a quanto pare viveva in una casa sicura nel cuore di Kabul, nel quartiere di Sherpun dove risiedono molti vertici talebani. Una cosa che secondo alcuni avviene solo con l’approvazione dei talebani! La presenza di Zawahiri in Afghanistan non agevolava sicuramente gli interessi di alcune potenze intenzionate a risollevare l’economia afghana. Su tutte la Cina, che sicuramente non tratta con soggetti allineati a delle organizzazioni terroristiche, specialmente Al Qaeda che ha sempre sostenuto l’insurrezione jihadista tra le popolazioni uigure del Turkestan orientale cinese.

In merito alla successione, il prossimo uomo nella classifica di al Qaeda è Saif al-Adel, che è stato a lungo ospite del regime iraniano. Nato all’inizio degli anni 60, Adel è uno dei professionisti militari più esperti nella rete globale terroristica. Si ritiene che il suo vero nome sia Mohammed Salah al Din Zaidan, mentre Saif al-Adel è uno pseudonimo che significa “Spada della giustizia”.

Teheran e Al-Qaeda hanno fatto causa comune contro alcuni dei loro nemici negli ultimi anni. Dovremo tenere d’occhio come sarà la loro relazione se, come previsto, Saif salirà al ruolo di leader di Al-Qaeda. In sintesi, la morte di Zawahiri segna probabilmente un nuovo e forse ultimo capitolo per ciò che resta dell’eredità di Al-Qaeda iniziata in Afghanistan alla fine degli anni ’80. La sua morte arriva in un momento delicato per l’Afghanistan, di sicuro impatto per le dinamiche del potere. Un mese fa il leader supremo dei talebani, Habitullah Akhundzada, aveva convocato un raduno di leader religiosi allineati ai talebani chiedendo obbedienza. Ora certe crepe presenti all’interno dei talebani potrebbero allargarsi. Di sicuro però la morte di Zawahiri non elimina la minaccia complessiva dei gruppi affiliati ad Al-Qaeda all’estero.

È sbagliato ritenere che l’uccisione di Zawahiri ponga fine alla minaccia del terrorismo. La morte di bin Laden ha dato a molti americani la sensazione che la guerra al terrorismo fosse stata vinta. La morte di Zawahiri confermerà questo punto di vista a molti. Entrambi i giudizi sono sbagliati. Non possiamo permetterci di abbassare la guardia. L’ultimo rapporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite parla di un proliferare di organizzazioni terroristiche in Afghanistan, in cui i membri di Al Qaeda godono di una certa libertà d’azione.

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