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La sanità di Langhe e Roero vale un bilancio da 300 milioni: 1.741 euro la spesa pro capite

“Nella realtà le quote capitarie non esistono, il sistema col quale vengono ripartite le risorse alle aziende sanitarie è ben più articolato di una distribuzione per teste”. Con questa premessa il direttore generale dell’Asl Cn2 Massimo Veglio affronta col nostro giornale l’annoso tema dell’equilibrio nei finanziamenti coi quali la Regione garantisce alle aziende sanitarie piemontesi il pagamento delle prestazioni e servizi – siano essi ricoveri, visite, esami ambulatoriali e la fornitura di farmaci – che le stesse erogano ai propri utenti.



A rigore quella cifra per utente è al centro delle annose polemiche e recriminazioni che per anni sono partite dall’Albese e Braidese in direzione Torino, corso Regina Margherita, sede dell’assessorato regionale, da dove per anni la sanità di Langhe e Roero è stata trattata come la cenerentola piemontese, destinataria di finanziamenti sistematicamente più bassi di quelli ricevuti della generalità delle altre aziende piemontesi.

Si parla di 1.570 euro a utente nel 2017, contro una media regionale di 1.647 (e un picco di 1.770, per l’Asl di Biella), aumentati di appena 5 euro a utente l’anno dopo, 2018, quando quella media era invece cresciuta di 20 euro (e ancora Biella arrivava a 1.796). Poi 1.596 nel 2019 (media di 1.711) e addirittura di meno (1.593) nel 2020 (media 1.706).

Una palese disparità di trattamento – si è denunciato per anni negli ambienti della politica langarola – dietro alla quale c’è il pernicioso meccanismo della spesa storica: “Tanto ti ho dato negli anni, tanto ti darò anche questa volta”, è il criterio alla base di una sperequazione che in un ventennio deve essere costato al territorio una bella somma, come si può facilmente dedurre moltiplicando quel centinaio abbondante di euro in meno a persona (e quindi circa 20 milioni in meno per annualità) su un’orizzonte temporale di quel tipo.

In realtà le cose non stanno esattamente così, come spiega bene il direttore Veglio chiarendo che i finanziamenti alle Asl da parte delle Regioni non avvengono “per testa”, ma sommando una voce principale, la cosiddetta “indistinta”, a una molteplicità di altri capitoli quasi sempre collegati a specifiche finalità od obiettivi. Una ad esempio riguarda l’attività del pronto soccorso e viene erogata in ragione della sua tipologia e dei passaggi che registra.

Tra le fonti attive del bilancio di una Asl ci sono poi alcune entrate proprie, tra le quali i ticket per prestazioni – categoria sulla quale incide però la tipologia di queste, se esenti o meno, e che nel caso della Cn2 incide alla fine per “appena” poche centinaia di migliaia di euro –, o la quota di competenza dell’azienda per le prestazioni erogate dai propri medici in regime di libera professione, la cosiddetta intramoenia. E, ancora, il cosiddetto “payback“, meccanismo introdotto dallo Stato per ridurre la spesa sanitaria delle Asl e che incide sulle ditte loro fornitrici, obbligate a restituire parte di quanto ricavato là dove vengano superati determinati tetti di spesa.

 

Insomma, una serie articolata di voci, rispetto alle quali il criterio della quota capitaria è un termine di analisi certamente efficace, ma che nulla ha a che fare col meccanismo che sta all’attribuzione, di quei fondi.   

“E’ un termine di riferimento ponderato che ha una propria utilità – spiega il direttore Veglio –, ma qualsiasi confronto va fatto parametrando situazioni simili. Le Asl che operano in contesti urbani o metropolitani hanno un’utenza ed esigenze almeno parzialmente diverse da quelle di territori di provincia quali il nostro. Al contempo, quelle che operano avendo al proprio interno un’azienda ospedaliera sono un altro caso peculiare, rispetto a chi, come noi, supporta direttamente anche l’attività di un nosocomio”.

Se confronto deve essere, è la sostanza, questo deve avvenire tra realtà omogenee. Alba e Bra possono quindi accostarsi a piazze come Asti (200mila utenti), Vercelli (200mila), Biella (170mila) o il Verbano Cusio Ossola (167mila), tutte realtà che sino a ieri ricevevano molto più della Cn2. A riequilibrare il rapporto sono ora arrivati i 18 milioni di euro di ulteriore finanziamento che la Regione ha concesso alla Cn2 sull’annualità 2021 per supportare i maggiori costi che questa si è trovata a sostenere con l’apertura di Verduno.

“Dobbiamo certamente ringraziare quanti si sono spesi in quella che negli anni è stata un’incessante opera di convincimento volta a risanare questo disequilibro – dice in proposito Massimo Veglio –, come anche l’assessore Icardi e la Giunta regionale, che si è resa disponibile a valutarne le ragioni. Va comunque sottolineato che arrivavamo da una situazione oggettivamente non equa e che l’apertura del nuovo ospedale ha reso tale disparità non più sostenibile. Molto semplicemente, il sistema costa di più, considerato anche che le vecchie sedi sono ancora funzionanti per una serie di prestazioni. L’alternativa obbligata sarebbe stata quella di farci andare in deficit, con sbilanci che la Regione avrebbe dovuto poi ripianare”.

Il bilancio complessivo della Cn2 è così arrivato a superare i 300 milioni di euro (1.741 euro, la quota per abitanti, contro una media regionale di 1.767), mentre nel frattempo si ragiona su un ulteriore aggiustamento a partire dall’annualità 2022. “Storicamente- dirottiamo circa 20 milioni di euro a compensare lo sbilancio tra mobilità attiva e passiva, tra le prestazioni che eroghiamo per gli utenti di altre Asl e quelle che nostri utenti ricevono invece altrove, ben più numerose. Stiamo già lavorando con buoni risultati per ridurre i termini di questo disequilibrio. I maggiori fondi ci consentiranno di investire per arrivare a essere sempre più attivi nel fornire alle famiglie del territorio le prestazioni di cui hanno bisogno senza costringerli a richiederli altrove”.

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