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Lo studio sull'efficacia dell'Idrossiclorochina anti Covid «era una frode»

Louis Schweitzer, attuale vicepresidente dell’IHU Méditerranée Infection di Marsiglia, ha ammesso durante una intervista alla trasmissione televisiva francese Complement Denquete, che lo studio condotto dall’Istituto nel marzo 2020 a favore dell’idrossiclorochina come cura contro la Covid-19, era una frode. Tra i co-firmatari c’era anche l’infettivologo Didier Raoult, già accusato di aver commesso «gravi violazioni» durante le sue ricerche. Enrico Bucciadjunct professor alla Temple University ed esperto nel revisionare di studi scientifici, aveva evidenziato in una sua analisi per Il Foglio, come Raoult risultasse co-autore di oltre di oltre 2.300 pubblicazioni scientifiche, cosa che aveva gonfiato oltremodo il suo H-index (punteggio assegnato ai ricercatori). Ma quella mole di studi avrebbe significato che il guru dell’idrossiclorochina (e dell’ivermectina) avrebbe dovuto pubblicarne uno ogni tre o quattro giorni.


I tentativi di zittire le critiche

La prima a denunciare le pesanti irregolarità della pubblicazione fu la microbiologa Elizabeth Bik, in un articolo del suo blog. Successivamente si sollevarono dubbi anche riguardo ad altri studi condotti nello stesso laboratorio. Ed è anche grazie a queste segnalazioni si è aperta il mese scorso una inchiesta giudiziaria nei confronti Raoult, che dirigeva ancora l’IHU Méditerranée Infection fino a tre mesi fa. La stessa Bik dovette subire nel 2021 diverse molestie e ricatti da parte dell’infettivologo e dei suoi fan. Del resto la ricercatrice, assieme ad altri colleghi si erano messi a segnalare irregolarità etiche e di metodo in almeno altri 400 lavori dell’Istituto. E come purtroppo accade spesso in questi casi, Bik dovette affrontare anche le minacce legali dell’infettivologo e dei suoi collaboratori. Nel maggio 2021 oltre mille scienziati sottoscrissero una petizione, difendendo la libertà della ricercatrice, contro i tentativi di zittirla da parte di Raoult.


Le presunte irregolarità etiche

Il campione preso in considerazione era di 42 pazienti positivi alla Covid-19 e ricoverati in diversi ospedali nel Sud della Francia. La ricerca si divise in due gruppi: 16 pazienti sottoposti alle cure standard (guarirono quasi tutti entro sei giorni); 26 ricevettero idrossiclorochina, di questi sei assunsero anche azitromicina. Risultò che tutti i pazienti sottoposti a entrambi i farmaci guarirono entro sei giorni.

L’idrossiclorochina è un farmaco usato contro la malaria. Ma per sottoporre dei pazienti a farmaci approvati per altre malattie occorre l’autorizzazione di un comitato etico. Date le tempistiche indicate dagli autori sembrerebbe che le sperimentazioni fossero cominciate ben prima di ottenere il via libera.

Il protocollo per il trattamento è stato approvato dall’Agenzia nazionale francese per la sicurezza dei farmaci il 5 marzo 2020 – spiega Bik -. È stato approvato dal Comitato etico francese il 6 marzo 2020. Il documento afferma che i pazienti sono stati seguiti fino al giorno 14. Il documento è stato presentato per pubblicazione il 16 marzo. […] Ma come si inserisce uno studio di 14 giorni tra il 6 e il 16 marzo? Gli autori avrebbero potuto iniziare lo studio prima che fosse ottenuta l’approvazione etica? Qualcosa non sembra del tutto giusto.

I tempi “record” della peer-review

Certo, a leggere le tabelle sembrerebbe che i ricercatori seguirono i pazienti solo per sei dei 14 giorni indicati. Ma si tratta di uno studio scientifico. Come è potuta sfuggire una incongruenza così grossolana ai revisori? Effettivamente nel paper è indicato che il processo di peer-review sarebbe durato appena 24 ore, cosa che pone legittimi dubbi sulla qualità dei controlli da parte della rivista, l’International Journal of Antimicrobial Agents.

Ricevuto il 16 marzo 2020 e accettato per la pubblicazione il giorno dopo: una peer-review di 24 ore.

Forse questi tempi record erano dovuti al fatto che uno degli autori del paper, Jean-Marc Rolain, era anche editor in chief della rivista che doveva pubblicarlo?

Il fatto che uno degli autori fosse editore capo della rivista potrebbe aver accorciato i tempi della peer review?

I sei pazienti “scomparsi” dallo studio

Ci sono poi dei problemi dii metodo. Non ci riferiamo solo alle anomalie nel riportare i risultati dei test PCR. Normalmente il gruppo di controllo (in questo caso i pazienti curati con le terapie standard) dovrebbe essere simile al gruppo che assume il farmaco sperimentale. Qui non è chiaro come fossero composti. Inoltre delle 26 persone sottoposte a idrossiclorochina, sei non hanno completato la sperimentazione. Che fine hanno fatto? Tre sono finiti in terapia intensiva, uno è morto, due hanno interrotto il trattamento.

Sembra un po’ strano lasciare questi 4 pazienti che sono peggiorati o che sono morti fuori dallo studio – continua Bik -, solo sulla base del fatto che hanno smesso di prendere il farmaco (cosa abbastanza difficile una volta che il paziente è morto).

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