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Massimo Vacchetto e il settimo scudetto: «Una vittoria di gruppo»

Ultimo punto che va a segno, si alzano le braccia al cielo, la Nocciole Marchisio è campione d’Italia di pallapugno e bissa il successo dello scorso anno: e la squadra si abbraccia sul campo, a terra, confermando l’unione e l’amicizia come fattori che si sono aggiunti a quelli del gioco espresso durante la stagione.

Onore al merito alla Olio Roi Acqua S.Bernardo Imperiese di Federico Raviola per aver ceduto 11-9 alla partita di spareggio, dopo che Gara1 si era conclusa 11-6 per Cortemilia, e Gara2 11-10 per Imperia.

Un abbraccio, ripartiamo da lì, per chiudere un cerchio gialloverde che, durante il campionato, è diventato sempre più perfetto. E come lo è diventato lo spiega il capitano battitore Massimo Vacchetto, al suo settimo scudetto personale, secondo consecutivo a Cortemilia che, come società, porta a casa il terzo sigillo assoluto, dopo quelli del 1993 e del 2021.

E siamo a sette scudetti personali: come definiresti questo ultimo successo, coinciso con la 100ª edizione del campionato?

«Questo è stato lo scudetto dell’unione e della coesione. Una vittoria sofferta ma meritata, ottenuta dopo una stagione dove abbiamo dimostrato di essere un gruppo dentro e fuori da campo, superando insieme le difficoltà e apprezzando i momenti belli. Abbiamo fatto un percorso fantastico, culminato con una gioia immensa. Sono a quota sette ma è sempre come la prima volta, perché ogni scudetto è unico, figlio di stagioni diverse l’une dalle altre».

Massimo Vacchetto che voto ti dai quest’anno e come lo ce lo spieghi?

«Io sono sempre critico nei miei confronti ma credo che il voto sia alto anche per la vittoria della Coppia Italia. Mi è dispiaciuto non disputare la Supercoppa Italiana perché è sempre meglio giocare. L’apice della forma l’ho avuto durante la finale di Coppa Italia, sono calato leggermente sul finale di stagione ma poi ho avuto buone sensazioni. Ma nel complesso credo di meritare un 8 pieno».

Ripercorriamo la stagione: a cosa puntavate e come è effettivamente andata?



«Da una parte c’erano le aspettative della società e quelle del mondo della pallapugno che ci vedevano come favoriti per il bis, in fatti sulla carta ci siamo presentati come una squadra competitiva. Dall’altro c’era la nostra voglia, come squadra, di vivere questa stagione come una sfida per cercare di poter riconquistare lo scudetto.

Le incognite non mancavano ma l’unione tra di noi ha fatto sì che, durante il campionato, tutti abbiamo reso alla grande, confermandosi tra i più forti nei rispettivi ruoli, anche se non erano proprio quelli consoni.

Mi spiego: Federico Gatto ha giocato per la prima volta da “spalla”, Francesco “Cicu” Rivetti al muro, un ruolo che anche lui non aveva mai fatto prima, Fabio Marchisio si è dimostrato un ottimo quinto giocatore, molto duttile, e Priero ha confermato di essere molto valido, frutto del vivaio cortemiliese. Credo che a loro vada un grazie immenso per come mi hanno supportato».

Come hai trovato il livello della Serie A quest’anno?

«Diciamo che il livello lo racconta la classifica: si sono state delle sorprese in positivo (Andrea Daziano Cuneo) e in negativo (Bruno Campagno e Paolo Vacchetto) e squadre che hanno reso il campionato equilibrato, basti pensare a Battaglino, Gatto, Dutto, Parussa. Credo che noi e Imperia abbiamo dimostrato di avere qualcosa in più staccandoci nella seconda parte del campionato, andando a braccetto, per poi rincontrarci in finale a contenderci lo scudetto fino alla “bella”».

La pallapugno: che importanza può avere per il territorio questo storico sport?

«Credo che la pallapugno per la sua valenza storica e culturale abbia veramente un grande valore da poter tramandare ai ragazzi. Rappresenta il retaggio di una popolazione contadina che ha superato momenti difficili con la speranza e la voglia di fare. È uno sport che incarna valori di resilienza. Io ho vissuto la pallapugno moderna ma conosco quella precendente, e credo che non abbiamo nulla da invidiare a sport conosciuti a livello nazionale e internazionale, a livello di valori sportivi.

I ragazzini che ho visto durante la finale mi hanno emozionato e credo che per loro sia stata una giornata di sport e di educazione: dobbiamo tramandare i valori della pallapugno che è una disciplina sportiva moderna ed al passo con i tempi. Sarebbe interessare cercare di allargarne i confini per far appassionare giovani di altre Regioni».

Allo spareggio di Dogliani erano presenti circa 1500 persone più circa 1200 collegati via internet: quando i giochi si fanno seri il pubblico risponde. Che sensazioni hai provato?

«Io parto da una considerazione: la pallapugno, come altri sport meno conosciuti, ha un alone di mistero sulle regole. Bisogna sfatare questo “falso mito” sulla difficoltà delle regole perché sono tali se non si conoscono. I giovani che vengono a vedere le partite, dopo qualche gioco capiscono come funziona questo gioco: io le regole le ho imparate da bambino con facilità. Detto questo credo che il numeroso pubblico dimostri come la pallapugno sia comprensibile a tutti e anche divertente. Certo le finali sono più frequentate perché sono un evento da non perdere, al pari di alcune manifestazioni. Ed è proprio qui che si può lavorare: perché non rendere anche le partite della stagione un evento? Gli spettatori sono un misto tra anziani e più giovani. La pallapugno è moderna, non dimentichiamolo».

A che cosa punta Massimo Vacchetto sportivamente parlando?

«Il senso lato sono molto contento, nel mio percorso, del lavoro fatto finora a livello sportivo: mi diverto a giocare, sono sereno e adoro l’ambiente. Sto continuando a crescere affiancato da persone importanti per godermi questo sport nel modo giusto. Voglio continuare a divertirmi per esprimere al massimo le mie doti, anche umane, con i compagni di squadra. I grandi giocatori del passato sono stimoli pazzeschi per me e mi piace, stagione dopo stagione, vivere il campionato come una sfida e non come un’ossessione per battere record. Non mi nascondo, sono a sette scudetti, ma per arrivare a quel numero dodici di Felice Bertola c’è ancora tanta strada. Voglio divertirmi, poi si vedrà».

Smessi i panni del giocatore, quali sono i tuoi hobby?

«Penso di essere una persona normale. Oltre alla pallapugno ho proseguito gli studi in ambito amministrativo/economico e lavoro nell’azienda informatica di famiglia. Una bella fetta della giornata è dedicata alla pallapugno, soprattutto quando si gioca e ci si prepara al campionato. Sto molto bene con la mia fidanzata e, nel futuro, vorrei una famiglia e aiutare la pallapugno a crescere, anche dopo la carriera da giocatore. Mi piace viaggiare, quando posso».

I ringraziamenti per questa stagione a chi vanno?

«I ringraziamenti vanno a molte persone. La società Cortemilia dal presidente agli addetti del bar passando per tutti coloro che hanno reso possibile questa vittoria con il loro lavoro in generale, gli sponsor, Nocciole Marchisio e famiglia Mollea come esempio per tutti, i compagni di squadra che sono stati fantastici dentro e fuori dal campo. Il prossimo anno non si potrà più giocare tutti insieme per via dei calcoli del ranking ma mi resterà dentro quanto mi hanno donato. Un grazie speciale anche alla mia famiglia, mamma, papà, fratelli, nonni che mi incitano sempre per telefono, zii, cugini e la mia fidanzata».

Un appello ai giovani per provare lo sport della pallapugno.

«Credo che il miglior appello siano le partite come quella di sabato: complimenti anche al mio avversario perché abbiMO dato vita ad uno spettacolo che è piaciuto anche ai numerosi giovani presenti. La pallapugno è un ambiente vivo, emozionante, ideale per crescere: giovani andate a provare nelle società a voi vicine, ne vale la pena per imparare i valori dello sport».

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