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Piemonte che cambia: dieci abitanti su cento arrivano da altri Paesi

REPORTAGE «Mi sembra che usare il termine italiano per definire qualcuno non abbia molto senso, al di là del riferimento alla lingua usata da una persona per esprimersi»: a parlare è Angelica una studentessa di 16 anni iscritta in uno dei licei albesi. «Nella mia classe ci sono persone che arrivano dall’Est Europa, dall’Africa e dall’America latina: sono nate ad Alba ma ci raccontano di cibi speziati che non abbiamo mai mangiato, di tradizioni popolari diverse, terre lontane e fiabe ammalianti. I loro genitori parlano lingue a noi incomprensibili e, per questo, cariche di mistero. Quando mi guardo attorno, dico: meno male, senza questa ricchezza saremmo più soli e non conosceremmo il mondo».

Le parole di Angelica raccontano il cambiamento: le seconde generazioni sono integrate nel nostro areale e hanno cambiato il volto della popolazione. Prosegue la ragazza: «Ho imparato parole in marocchino e partecipato a cene in una famiglia brasiliana. A dicembre, forse, farò un viaggio in Romania con un’amica: mi sento a mio agio nel mondo, non mi ritengo solo italiana ma cittadina di uno spazio molto più ampio». Eppure molti nati da famiglie immigrate «patiscono discriminazioni sottili o manifeste. Alcuni si sentono estranei, altri sono poveri, altri ancora temono il futuro. L’inclusione non è ancora arrivata al traguardo, nemmeno qui, ad Alba».

LA GRANDA ATTRAE GLI STRANIERI

I numeri diffusi le scorse settimane dall’Istituto nazionale di statistica, confluiti nel Censimento permanente della popolazione in Piemonte, rispecchiano le emozioni della nostra giovane interlocutrice albese. Secondo i ricercatori, in regione, la popolazione immigrata ammonta a 417.279 residenti, vale a dire circa il 10 per cento dei piemontesi, con un aumento di poco più di cinquemila unità rispetto alla conta del 2019.

Ad Alba, invece, gli stranieri, nel 2021, erano 3.765, circa il 12 per cento dei residenti, con un tasso più elevato rispetto al resto del Piemonte. La comunità più numerosa è quella proveniente dalla Romania, con il 36 per cento delle presenze; segue, con l’11 per cento, il gruppo originario del Marocco e quello albanese, con il 10. Secondo gli esperti dell’Istat, rispetto alla situazione piemontese «Cuneo, la provincia con il maggior numero di stranieri residenti dopo quella di Torino, è anche la circoscrizione dove si registra l’incremento maggiore (il 3,4 per cento, rispetto al 2019)». La Granda si rivela dunque un luogo di attrazione per famiglie e individui in arrivo da altri Paesi, forse per l’effervescenza economica o anche per le politiche inclusive.

OTTANTA SU 100 HANNO MENO DI 50 ANNI

Interessanti anche i dati anagrafici: 80 immigrati su cento in Piemonte hanno meno di 50 anni, il 40,5% si colloca tra 30 e 49 anni; solo il 2,8% ha più di 70 anni. Invece, fra la popolazione italiana le quote per fascia d’età hanno una distribuzione diversa: gli under 50 sono il 48 per cento, gli ultrasettantenni il 21,7. L’indice di vecchiaia, fra gli stranieri è pari a 26,9 punti contro i 248 degli italiani; i bambini fino a 4 anni sono il 6,6 per cento del gruppo contro il 3,1 degli italiani. Rispetto ai valori medi regionali, il Cuneese è il territorio con la popolazione straniera più giovane, con un’età media di 34,4 anni, contro i 48,3 anni degli italiani. Insomma: senza questo gruppo la nostra popolazione risulterebbe molto più anziana. Da questi dati si può immaginare un futuro stabilmente abitato da persone arrivate da altri Paesi: ne deriverà una convivenza di lingue, gastronomia, arte e cultura, con l’attenuazione delle differenze fra i rispettivi gruppi d’appartenenza e maggiori scambi.

Piemonte che cambia: dieci abitanti su cento arrivano da altri Paesi

CITTADINANZA ITALIANA PER 69MILA

Un altro approfondimento pubblicato a inizio maggio, da Ires Piemonte, racconta il cambiamento demografico nel mondo scolastico. Nella nostra regione gli studenti con origini straniere fra gli 11 e i 22 anni sono circa 52mila: costituiscono, l’11 per cento del totale. Fra il 2015 e il 2019 peraltro circa 69mila persone hanno ottenuto la cittadinanza italiana: più di 21mila erano minorenni. Gli alunni che non hanno raggiunto ancora lo status giuridico sono oltre 78mila: 15mila frequentano la scuola dell’infanzia, 27mila la primaria, 37mila sono distribuiti fra medie e superiori.

Cifre elevate, dunque, che definiscono la diversità culturale all’interno delle nostre classi e ne fanno un elemento chiave per il futuro, con influssi sui modi di pensare, amare, sentire e immaginare il mondo. La maggioranza dei ragazzi figli d’immigrati che vanno a scuola in Piemonte arriva dalla Romania (il 27 per cento del totale), segue il Marocco (con il 18), l’Albania (con il 14), la Cina (il 5), il Perù e l’Egitto (ciascuno con il 3). Non mancano, tuttavia, le differenze, che si possono leggere come disuguaglianze: il 33 per cento degli studenti d’origine straniera è iscritto a scuole professionali, contro il 22 degli italiani: per chi frequenta il liceo il divario è maggiore, con il 31 per cento degli immigrati e il 48 degli studenti sabaudi. È possibile che le famiglie spingano i ragazzi a scegliere i percorsi più brevi, per avere posizioni lavorative immediate, rispetto ai rischi della carriera universitaria.

Un atteggiamento influenzato dalla maggiore precarietà, da minori disponibilità economiche e da fattori culturali e d’integrazione. Chi arriva da fuori predilige percorsi formativi di tipo più pratico che intellettuale – iter che hanno peraltro eguale validità e qualità – ma a generare la differenza è l’impossibilità reale, per gli stranieri, di scegliere con la medesima libertà.

SE IL FUTURO SFUGGE NON NASCONO BAMBINI

Dai due rapporti emerge un’ulteriore nota: gli apporti dei gruppi immigrati alle comunità piemontesi non sembrano sufficienti per colmare la denatalità. Secondo i ricercatori dell’Istat, nella nostra regione, nel 2021 «il lieve incremento della popolazione straniera ha solo in parte mitigato la riduzione di quella complessiva (diminuita di 36.272 unità)». Due anni di restrizioni e paura connessi alla pandemia da Covid-19 non hanno aiutato, accentuando la decrescita: «L’eccesso di decessi, direttamente o indirettamente riferibile al virus, ha comportato in Piemonte l’incremento del tasso di mortalità da 12,3 per mille del 2019 al 15,3 del 2020, con picchi del 18,9 e 18,8 per mille nelle province di Vercelli e Alessandria».

Sulla natalità gli effetti sono «meno immediati e il calo delle nascite, registrato anche nel 2020, è riconducibile soprattutto a fattori pregressi, come la sistematica riduzione della popolazione in età feconda, la posticipazione nel progetto genitoriale e il clima d’incertezza per il futuro». Tra il 2019 e il 2020 il tasso di natalità regionale «è sceso da 6,5 a 6,3 per mille».

SERVONO POLITICHE PER LE FAMIGLIE

I giovani stranieri non arrestano l’invecchiamento della popolazione, come spiega la ricercatrice di Ires Piemonte Luisa Donato, «con il decremento della natalità iniziato negli ultimi anni, oggi esistono meno donne in età fertile rispetto al passato. Le giovani piemontesi tendono a mettere al mondo meno figli anche per gli interrogativi legati a un futuro ritenuto privo di sussidi e incentivi erogati dallo Stato e per la precarietà lavorativa». In questo scenario, le nuove generazioni di stranieri «aiutano soltanto in parte a bilanciare il saldo demografico: sono ancora tanti, inoltre, i problemi da affrontare per queste persone. Per i giovani persistono difficoltà nei processi d’inclusione e integrazione sociale». Donato osserva infine che, quella in corso, rappresenta «una fase demografica passibile di evoluzioni differenti. Non possiamo escludere, nel futuro, un nuovo avvio di dinamiche favorevoli per la bilancia della natalità, ma questo dipenderà da fattori decisionali – come scelte politiche e istituzionali volte ad aiutare le nuove generazioni nei loro progetti familiari – e da fattori di contesto analoghi a quelli osservati negli ultimi mesi, su tutti la pandemia e la guerra».

I GIOVANI SONO MOLTO CAMBIATI

Rapidi mutamenti: è l’immagine che si ricava dalla lettura delle pagine pubblicate da Istat e Ires. I giovani non sono più quelli del passato: il gruppo che ha in mano il futuro è attraversato da fermenti internazionali, nuove dinamiche migratorie e cambiamenti dei comportamenti demografici oltreché dal clima. La sfida pertanto sarà combattere per i diritti in una società sempre meno capace di creare uguaglianza.

 Maria Delfino

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