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Quali partiti nella coalizione di Letta: dentro Calenda, Bonino e Di Maio; fuori Conte e Renzi

La campagna elettorale è alle porte, e potrebbe essere quella del tutti contro tutti. Il Pd potrebbe essere tentato di andare da solo – tenendo il listone dei Democratici e Progressisti solo per sé, insieme ai tre partiti del Pse: Psi, Articolo1 e Demos – mentre il centrodestra già assapora l’esito scontato dei collegi uninominali. Un ricco bottino al quale il centrosinistra si oppone con l’arma spuntata – e non da oggi – della frammentazione. Matteo Renzi si batte il petto e continua a paventare la corsa in solitaria.

“Per ora andiamo da soli”, ripetono a Italia Viva. Ed è un “per ora” che con l’avvicinarsi dello scadere del tempo si configura come qualcosa di più di una tattica. È una scelta definita, anche se ancora non definitiva. “Siamo accreditati nei sondaggi tra il 2,5 e il 4%, e la campagna deve ancora iniziare. Possiamo solo fare meglio”, ci viene detto da fonti vicinissime a Renzi. La riunione dei gruppi parlamentari di Iv, ieri sera, non ha fatto altro che ratificare questa indicazione del leader. “Parlo con Letta e con Calenda, ma non possiamo unirci a chi vuole fare un’ammucchiata che arriva fino a Fratoianni, auguri”, ha detto Renzi, indicando la rotta della beata solitudo. La campagna “Give me five” prefigura, come un auspicio, l’obiettivo del 5% per Renzi. Che a Letta manda a dire: “Spero ci siano dissonanze politiche e non malumori personali”. Fonti vicine al segretario Pd ci dicono che Letta alle questioni personali non pensa più da tempo: “Questioni ampiamente metabolizzate”. Più recente la curiosa uscita di Renzi su Stefano Bonaccini front-runner ideale del centrosinistra. “Una sincera ammirazione per chi ha saputo battere la destra con posizioni riformiste, senza demonizzare l’avversario”, ci dice ancora una fonte vicina a Renzi.

L’interessato non è della partita. Come non lo è Sala, ieri a Roma appunto per confrontarsi con il segretario dem sul da farsi. “Non corro alle politiche. Ma darò una mano, sarò impegnato sul territorio perché in un momento come questo non è possibile disinteressarsi”. E però, in una fase in cui il tempo è pochissimo e ogni gesto conta, la trasferta romana di Sala dice molto. All’incontro con Letta partecipa infatti anche Luigi Di Maio, che poco dopo fa sapere di tenersi pronto per dare, in settimana, l’annuncio “di una operazione”. Quale? Oggi alle 12 si riuniscono all’hotel Nazionale una trentina di sindaci e assessori di tutto lo Stivale, da Milano a Palermo, da Napoli a Torino, per lanciare una lista civica nazionale. “Lavoriamo al recupero del civismo dovuto alla difficoltà di appartenere ai partiti. Fatta la Federazione, qualche proposta noi la faremo. Non solo e non tanto per un manifesto elettorale ma per un manifesto identitario”, ci anticipa il professor Stefano Rolando, che oggi introdurrà i lavori dell’iniziativa. Dovrebbe prendere il nome di Federazione Civica, sotto l’egida di quel Bruno Tabacci che ha già soccorso più volte i draghiani, durante questa legislatura.

Di questo scenario in continua evoluzione ha discusso per quasi cinque ore la Direzione del Pd. Una giornata di confronto vero, a tratti serrato, che ha preso le mosse dalla posizione di Enrico Letta certificata dall’intervista del segretario dem a Repubblica. “Una linea in continuità con quanto Letta ha fatto negli ultimi tre anni. Una linea che non poteva passare senza un confronto del tutto vero, reso tale dai toni di alcuni degli interventi”, ci sintetizza una fonte interna. Niente è definitivo, e la Direzione non ha potuto che fotografare il panorama del giorno. Lo schema che si può configurare oggi è un’alleanza nei collegi con Azione e Più Europa, una con Fratoianni e Bonelli. E un’alleanza con una lista civica, chiamiamola Di Maio-Pizzarotti, alla quale Sala sta facendo da facilitatore.

Letta conferma infine che le porte restano chiuse a un’alleanza con il Movimento 5 Stelle: “A chi dice ‘ripensiamoci’ l’invito è a guardare a cosa pensano gli elettori, il loro giudizio è lapidario”. Una scelta a sinistra non condivisa, ad esempio, dal deputato di Leu Stefano Fassina, che sogna una Unione popolare alla Mélenchon, una ampia “Cosa rossa” con Giuseppe Conte. È ancora una fonte vicina a Letta che ci confida: “C’è un piano personale ottimo nei rapporti di Letta con Calenda – era nel governo con il Pd – e lo dimostra anche il fatto che Calenda che di solito non lesina frecciate con Letta non ha affatto mostrato lo stesso veleno”. E dal punto di vista politico “L’impianto di fondo, la collocazione internazionale dell’Italia, l’orizzonte europeista, il giudizio netto su Putin e i tentativi di condizionamento di Mosca, indicano un comune sentire. E sono per il Pd dei fondamentali”. L’alleanza con Più Europa e Azione è dunque solo questione di limature nelle liste, di scelta dei collegi. Le scaramucce di superficie si fanno per cavalcare le prime pagine, per salire ancora un po’ nei sondaggi. Che comunque premiano il Pd a dispetto del M5s. Ogni settimana che passa, Letta guadagna un punto percentuale che Conte perde per strada.
Da questa geografia rimane fuori Renzi. Tutti i partiti stanno valutando pro e contro dell’andare in coalizione.

“Per quanto riguarda il Pd non è neppure un’analisi utilitaristica, è che Renzi è indigesto alla maggior parte del corpo elettorale del Pd. Il mondo lettiano non gli è affatto ostile, anzi è perfino quello più vaccinato”, ci rassicurano dalla segreteria del Pd. Nella formazione delle liste, nessuna caccia alle streghe. Nessuna preclusione verso Base Riformista. “Non consideriamo quelli di Base Riformista solo come ex renziani. Hanno lavorato benissimo con Letta, saranno rispettati e valorizzati nella formazione delle liste, e fuori dalle logiche di corrente”. In Direzione, il segretario dem ha indicato i criteri per la formazione delle liste: rappresentatività nei territori, legame con la base. Come ha ben ricordato Matteo Orfini in un apprezzato intervento. Sin troppi errori, dal 2008 al 2013 al 2018 hanno portato alla formazione di liste con troppi scontenti a terra. Ma davanti c’è una traversata del deserto.

L’Istituto Cattaneo, di cui il Nazareno si fida, diffonde dati poco confortanti. L’analisi è presto fatta: nel 45% dei collegi uninominali non ci sarà partita, il centrodestra può fare man bassa. È in questo contesto che sarebbe maturata, in Italia Viva, la convinzione che vale la pena correre da soli. Aggregare la sinistra blairiana (ecco il riferimento a Bonaccini) ma anche voti centristi, incerti, astenuti. Tutti coloro che non vogliono sottostare alla nuova destra a trazione meloniana. Salvini e Berlusconi intanto fanno i conti con i parlamentari che saltano da una formazione all’altra, alla ricerca di un passaggio che li traghetti nella prossima legislatura, ieri Mara Carfagna ha annunciato l’addio a Forza Italia. Ma il centrodestra deve fare i conti anche con i diktat della leader di FdI. La nuova azionista di maggioranza della coalizione, Giorgia Meloni, dall’alto del 25% ormai consolidato nei sondaggi chiede alla sua coalizione di stabilire subito le regole per definire il futuro premier. Va mantenuta la regola secondo la quale a indicare il premier è chi ha ottenuto più voti alle elezioni.

Si tratta di un principio storico del centrodestra, che risale a quando FI era il primo partito. Da FdI, quindi, si chiede “pari dignità”: incomprensibile che non sia valido solo perché ora i più forti siamo noi, si contesta. Dopo mesi di competizione interna per la leadership del centrodestra, con la Lega a più di dieci punti sotto FdI nei sondaggi, Salvini nei giorni scorsi ha assicurato di essere d’accordo con Meloni nel rispetto della regola. Da Forza Italia, invece, si cerca di prendere tempo. “Io non riesco ad appassionarmi a questo problema, e non credo appassioni gli italiani. Del resto non mi pare che i nostri avversari abbiano indicato un candidato premier. Perché questa pressione su di noi?”, ha ribadito Berlusconi.

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