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Quella mitica estate del ‘69

L’estate più bella della vita mia è quella che ricordo meno. Perché le cose più belle escono dalla memoria ed entrano nel mito, e i ricordi si confondono con le percezioni, gli odori si fanno paesaggio, i paesaggi si fanno sapori. 

Dovessi dire, a tavolino, tra le estati quella che mi parve una lunga vacanza in paradiso, potrei dirvi l‘estate del ’69. Lo dico perché s’allinearono tutti i pianeti del corpo, della mente, della vita. Aveva appena vinto lo scudetto la mia amata Fiorentina con Amarildo e De Sisti, Albertosi e Chiarugi, avevo appena concluso gli esami di scuola media e mi aspettava il liceo, mi avevano comprato la Vespa 50 anche se non sapevo guidarla e all’inizio avevo un compagno di scuola che me la portava; non si poteva andare in due, ma noi andavamo spesso in tre e quando un vigile ci fermò, io dissi per far lo spiritoso che la legge vieta due persone, mica tre. E al vigile la cosa divertì e ci fece andare, seppure a piedi fino all’angolo della strada. In quell’estate scoprii che l’amore per il mare poteva essere consumato attraverso infinite nuotate dalla Testa a Salsello, le nostre spiagge più mitiche, e ritorno.

Ma soprattutto avevo da poco scoperto che quando vedi una ragazza che ti piace, e quando ci balli stretto, ti cresceva qualcosa di piacevole davanti, che accresceva l’autostima e la voglia di abbracciare il mondo. Da poco avevo avuto quel che si diceva Lo Sviluppo, era un piacere sentirsi appena sbarcati nel pianeta maschi, vedere gli effetti solidi e liquidi di quella virilità appena inaugurata, seppure in solitudine. Le ragazze prendevano il posto della Fiorentina. Ah, i balli appassionati, coi pantaloni a vita bassa straripanti e la zampa d’elefante sulle scarpe, la camicia da ciaciacco sbottonata fino al terzo bottone o addirittura traforata, la scoperta al buio del giovane Lucio, tu chiamale se vuoi erezioni… 

E poi non sapete che vuol dire tornare da mare e mangiare fichi fioroni e cibi del paradiso, le speciali albicocche del paese mio, le pesche bianche piccole e le gigantesche gialle, i gelsi bianchi e rossi, micidiali sui vestiti, e il melone rosso che era poi l’anguria, ma i fruttivendoli non capivano se la chiamavi in quel modo asburgico, e l’uva baresana; i caroselli, che sono i cetrioli da adolescenti, e altro. A quattordici anni scopri i piaceri della tavola, non solo la pasta al forno e gli spaghetti sfritti, ma anche riso, patate e cozze – la mitica tiella – il sangicchio del porco e i lampascioni…

Eppure, già da allora avevo nostalgia di altri estati più bambine che si confondevano col mito. La prima volta che scoprì il cielo stellato e le sue corrispondenti locali in terra, le lucciole; i primi bagni in quella vasca infinita che è il mare, il gusto del sole e il piacere dell’ombra, il refrigerio dell’acqua fresca quando non avevamo ancora in casa il frigorifero, il balcone che suppliva alla televisione e io per strada in mezzo a babbo e mamma appeso alla loro mani. Mitica preistoria personale di cui narrai in un libro, Ritorno a sud. 

La gita in seicento coi deflettori e le portelle controvento, la macchina carica di bagagli e di fratelli, il caldo, i finestrini abbassati e noi sporgenti a godere il vento. No, magari non era più bello il mare pieno di bambini, tegami e salvagenti, le canzoni fesse di quegli anni, Piero Focaccia e Gianni Meccia, le sere al balcone a cercare il fresco e godere la penombra, la sete sedata con l’acqua della fontana, i coni gelato da 30 lire, 50 con la panna. Non erano più belli i balli col mangiadischi, le luci spente per stringere il corpo delle minenne, la meraviglia di far tardi. Non era più bello sudare al pallone per le strade, scappare quando arrivano le guardie, la gita in campagna a rubare i fichi e le ciliegie, i pomeriggi a far controra a letto in cerca del lenzuolo più fresco, le voci delle zie nel tinello. No, forse, non era più bella l’estate del ’69 o di un altro anno prima, da bambino; erano più belli i nostri occhi. Limpidi, non ancora miopi, non ancora presbiti né stanchi. Era bello come vedevano quegli occhi, non cosa vedevano. L’incanto dell’infanzia che si scopre poi adolescenza, i primi peli, i primi baci, la prima goccia bianca. È bella la magia del passato perché aveva tutto davanti e niente dietro, tutti vivi i nostri cari, e gagliardi. Non rimpiangi la seicento, l’acqua della fontana, le sere ingenue e primitive, le sudate, i primi, imbranati amori. Hai nostalgia dei tuoi occhi carichi di vita, pieni di futuro. L’estate festeggiava i corpi, esaltava i sensi. Resta, oltre te, animale estivo, l’incanto dell’estate, quando gli angeli si fanno cicale, quando gli attimi passano lenti e i giorni volano via, e tu cogli l’attimo e perdi i giorni, e ti rattrista l’idea che presto finirà, e preso da nostalgia preventiva, la nostalgia del presente di cui parla Borges, ti barrichi dentro il costume da bagno. Ma poi ti resta nel cuore degli inverni il ricordo di un’invincibile estate (Camus), quando toccavi il cielo con un’infradito.

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