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Rivoluzioni moda | Perché Alessandro Michele ha lasciato Gucci – Linkiesta.it

Un senso di spaesamento collettivo, sui social tutti Rossella O’Hara di fronte alla tragedia, all’abbandono di Rhett Butler, «cosa sarà di me?», ma anche – se si è in quota più concettuale – come Justin Theroux in “The leftovers”, quando sua moglie scompare di colpo e si passa il resto della serie a dipanare il mistero, ad elaborare il lutto, senza riuscirci mai. A quella angosciante sensazione di inaspettata mancanza assomiglia il divorzio tra Alessandro Michele e Gucci, ufficializzato qualche giorno fa con un comunicato stampa, dopo che fughe di notizie riportate dal WWD avevano costretto la maison di proprietà del conglomerato francese Kering a rilasciare una dichiarazione.

La fine di un’era 

Termina così, dopo sette anni, l’era Michele. Si ricordano ancora i «chiii?!» di quando venne fatto per la prima volta il suo nome, e la chioma corvina con maglione a trecce apparve in passerella, pur con una certa ritrosia, nominato direttore creativo dalle retrovie del brand dove militava dal 2002. Fu incoronato successore di Frida Giannini in corso d’opera, con un countdown che segnava un meno dieci (giorni) alla sfilata maschile della collezione autunno-inverno 2015: leggenda primigenia micheliana che lo assimila al deus ex machina della rinascita di un brand che, fino al giorno prima, era un appuntamento obbligato per la stampa di settore, ma non esattamente l’hot ticket di stagione, l’invito più ambito che i colleghi ti strapperebbero dalle mani.

Dieci giorni per una sfilata, sette anni per definire un’era e metterci sotto le sue iniziali. Senza sensazionalismi, il mondo della moda contemporaneo ha conosciuto un prima e un dopo Alessandro Michele, cancellando nel tempo di una sfilata il minimalismo magico di Phoebe Philo e delle sue accolite contrite: le philophiles, si facevano chiamare su Instagram, dove si raccoglievano in preghiera ai piedi dell’account @OldCéline. E sostituendolo con barocchismi sfrenati vestiti in cady di seta color acquamarina, in quota shabby chic, indossati dalla sacerdotessa del pop (barocco pure lui, almeno secondo Wikipedia) Florence Welch; uniformi simbolo di una nuova mascolinità con Jared Leto e Harry Styles a giocare il ruolo dei generali in prima linea, nella battaglia social-modaiola della ridefinizione fluida di ruoli e generi. 

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Un testamento estetico ed etico, il suo, che come nessuno prima di lui ha saputo disegnare, stagione dopo stagione, una mappa – forse lui la chiamerebbe Cosmogonia – del nostro Paese, e poi del mondo, tenendone in conto le zone di luce e quelle d’ombra, il FUORI (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) e il Cyborg Manifesto della femminista Donna Haraway, Pierpaolo Pasolini e Tom Ford (che lo volle da Gucci nel 2002, destinandolo agli accessori), Hollywood e Herzogenaurach (headquarter tedesco dove non si producono sogni ma solide sneaker a tre strisce), Walter Benjamin e Hannah Harendt. I riferimenti a certi intellettuali italiani, nel moltiplicatore di senso che è stato il Gucci di Alessandro Michele, saranno sfuggiti alla stampa e agli acquirenti stranieri, ma la sensazione era di un flusso di coscienza tricolore. 

A regalarcelo è stato un autore, più che semplice stilista, con lo sguardo perso tra le mensole di qualche rigattiere romano, alla ricerca di volumi in prime edizioni e spille rococò, e però consapevole dell’onore e dell’onere di nascere in questa penisola mirabile e scalcagnata al tempo stesso. Il suo Gucci è stato delizia per i compratori di ogni continente e gioco intellettuale per gli addetti ai lavori, che decifravano ogni comunicato e invito di collezione come di fronte al Codice Da Vinci. «Ma la collezione Exquisite, con quel quaderno-invito dove i look si possono comporre a seconda delle combinazioni, non è mica un riferimento ai Cadavre Exquis, il gioco da tavola francese dei surrealisti?». Si tentava di agganciare il sibillino ufficio stampa. «Non lo ritrovo nel comunicato, non posso confermarlo», rispondevano cortesissimi gli addetti alla comunicazione. 

«Ma Twinsburg (l’ultima collezione scenografica, che ha mandato in scena coppie di gemelli con gli stessi abiti) non è anche riferimento all’omonima città, quella dove ogni anno fanno il raduno dei gemelli?». Si ritentava la stagione dopo. E l’ufficio stampa, sempre più cortese, e forse anche divertito, si trincerava dietro certi vaghi «non abbiamo idea di cosa tu stia parlando» che ricordano quei «non sa, non risponde» dei sondaggi generalisti. Per inciso, qui si è certi che Michele lo sapesse benissimo dove fosse Twinsburg e che probabilmente ci sia andato con il suo team, in occasione del festival, per fare scouting di quei gemelli che poi sono apparsi in sfilata (sessantotto coppie, forse altro numero magico della cabala micheliana, come il sessantotto della rivoluzione giovanile che ha omaggiato in diverse sue collezioni, o forse ci si è solo persi tra i dedali labirintici della mente di Michele).

Le ragioni economiche e il disallineamento tra il creativo e il management

Un percorso che, se si guardano i freddi numeri, ha debuttato con un fatturato da 3,5 miliardi, al suo ingresso, per arrivare a 10, segnando spaventevoli “+” anno su anno, imbarazzando i competitor, tutti costretti alla rincorsa. Un viaggio di crescita esponenziale che ha visto nell’accoppiata Michele-Bizzarri (il Ceo con il guizzo, coraggioso abbastanza da voler un designer sconosciuto alla guida di un brand che ha appena compiuto cento anni) la ricetta vincente: Juergen Teller lì fotografò insieme sulla copertina di System Magazine, nel 2016, consegnandoli alla storia come i co-autori di un miracolo italiano. Lo stesso viaggio che, secondo i toni distesi del comunicato ufficiale, per Alessandro Michele, è arrivato alla sua destinazione finale. 

«Oggi per me finisce uno straordinario viaggio, durato più di venti anni, dentro un’azienda a cui ho dedicato instancabilmente tutto il mio amore e la mia passione creativa. In questo lungo periodo Gucci è stata la mia casa, la mia famiglia di adozione. A questa famiglia allargata, a tutte le singole persone che l’hanno accudita e sostenuta, va il mio ringraziamento più sentito, il mio abbraccio più grande e commosso. Insieme a loro ho desiderato, sognato, immaginato. Senza di loro niente di tutto quello che ho costruito sarebbe stato possibile». 

Attestati di stima ricambiati dal Ceo Bizzarri e dal presidente di Kering François-Henri Pinault, nel cui inciso ritorna il concetto del viaggio arrivato a naturale conclusione. «La strada che Gucci e Alessandro hanno percorso insieme negli ultimi anni è unica e rimarrà un momento eccezionale nella storia di questa Maison. Sono grato ad Alessandro per aver portato così tanto di sé in questa avventura. La sua passione, la sua immaginazione, il suo ingegno e la sua cultura hanno messo Gucci al centro della scena, al posto che merita. Gli auguro tutto il meglio per il prossimo capitolo del suo viaggio creativo».

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Di fronte a tanta stima, appare stridente però la modalità della separazione consensuale, avvenuta senza aver nominato un successore (per ora sarà l’ufficio stile a portare avanti le collezioni, fino a nuove nomine), forse obbligato ad agire dalle fughe di notizie, che parlavano di un disallineamento tra il creativo e il management. Un disallineamento che trova forse la ragione d’essere nei risultati economici non all’altezza delle aspettative: nel terzo trimestre 2022 i ricavi di Gucci sono stati pari a 2.581 milioni di euro, in crescita del diciotto per cento ma al di sotto delle stime degli analisti. Un dato che ha il segno “+” davanti ai numeri, e che però non era positivo abbastanza. 

Al Capital Market Day di Kering del giugno 2022 la maison aveva in effetti confessato l’ambizione: superare i dieci miliardi di fatturato e arrivare a quota quindici. Numeri esponenziali, impossibili da raggiungere senza crescite che segnassero un incremento del trenta per cento. 

Non è solo una questione di soldi

Ma non si tratta solo di meri risultati economici: il parallelismo più calzante è forse quello con Tom Ford, anche lui autore del rilancio del brand, che salvò dagli acquitrini dell’irrilevanza nel quale galleggiava sul finire degli anni Novanta, quando non era ancora divenuto di proprietà di Kering (Pinault riuscì ad acquisirne il pieno controllo dopo una battaglia a suon di quote comprate e cedute, dove il principale avversario era Arnault, patron di LVMH). 

Ford e De Sole, allora Ceo del brand, tentarono di ridefinire gli equilibri del management, posizionando il reparto creativo lontano dallo sguardo e dai giudizi del marketing. La bellezza sopra ogni cosa, anche sopra i numeri (comunque positivi). Nessuno conosce il reale svolgersi dei fatti all’interno dell’ufficio stile, ma i contratti di Ford e De Sole non furono rinnovati. Una storia che, con modalità diverse, si ripete, solo che ieri non c’erano i social, non c’era l’autocoscienza collettiva e istantanea di Instagram, non c’erano designer che, confessavano di non essersela passata troppo bene neanche loro, quando erano da Kering. 

Nicolas Ghesquière, oggi direttore creativo dell’abbigliamento donna Louis Vuitton, ha pubblicato una story su Instagram – cancellata qualche ora dopo – nella quale scriveva, in maniera sibillina «quando ho lasciato Kering nel 2012 mi sono sentito distante e ferito dai loro valori». Un marginale danno d’immagine, visto che certe dinamiche interne sono spesso note solo agli insider del settore: il grande pubblico, nella maggior parte dei casi, non conosce i volti dei marchi che acquista, figurarsi i gruppi finanziari che quei brand li possiedono.

Gli analisti, infatti, sono positivi. Luca Solca di Bernstein ha affermato che la separazione è «un’ottima notizia. Gucci non ha bisogno di generalizzare, o di diventare senza tempo. Ha bisogno di aprire un nuovo capitolo creativo. Cosa che, con ogni probabilità, può essere fatta solo con nuova energia creativa e talento. Prima è, meglio è». Per quanto sia condivisibile l’idea che un nuovo innesto creativo possa riportare vivacità a un brand che è al primo posto nel Lyst Index del terzo trimestre 2022 come brand più «cercato» al mondo, quello che forse gli analisti non calcolano è il valore umano. 

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L’eredità di Alessandro Michele e le nuove sfide di Gucci

Nel suo settennato, Michele è diventato Gucci. E Gucci è stata emanazione di Michele, soprattutto nelle sue sfilate più intimiste. Attraverso lo strumento dei vestiti, con un guardaroba il cui senso Michele ha ereditato dalle origini – quelle della selleria, del monogram di Guccio Gucci, e del mocassino col morsetto – lo stilista ha raccontato se stesso come figlio di una costumista di Cinecittà con le colline di Hollywood negli occhi (Love Parade), come essere umano unico e molteplice, specchio riflesso a volte deformante delle nostre ossessioni (Gucci Exquisite), figlio di una donna che aveva una gemella, abituato sin dall’infanzia a confrontarsi con le categorie della duplicità e della singolarità. 

Michele ha raccontato al suo pubblico della potenzialità connaturata di ogni essere di essere non solo il prodotto del tempo nel quale vive, o della famiglia nella quale nasce, ma anche una singolarità eccezionale. Che non si vive solo per ripercorrere gli errori del passato, ma anche – se si ha abbastanza coraggio – per guardarsi allo specchio e affrontare le brutture delle quali a volte siamo figli incolpevoli, per liberarsi del senso di colpa e celebrare la propria difformità rispetto ai canoni comuni, al massimo grado. Che non esistono sogni che ci è vietato solo pensare, ma solo progetti non ancora realizzati: una seduta di psicoterapia collettiva, allegra e rumorosa, che ha tramutato Gucci non solo in un brand rilevante – tra borse Diana e abiti glitterati – ma in un prodotto culturale, un hub che ha creato e amplificato il sentire del tempo, mettendo il vissuto personale del suo designer a servizio di coloro che si sentivano soli. Un processo di identificazione che vede in Michele il primo (e forse anche l’ultimo) esempio. 

Non c’è dubbio che domani arriverà qualcun altro, e che la storia di Gucci proseguirà gloriosa, cercando un equilibrio tra le necessità del mercato e il bisogno di rimanere rilevanti e credibili, produrre fatturati mirabolanti che soddisferanno proprietari e stakeholder. Ma chiunque indosserà quella corona, non la porterà con leggerezza. Non basta il fattore novità, quello auspicato dagli analisti, per far suonare a festa i registri di cassa: serve la capacità di trovare anche una nuova, altrettanto avvincente, narrazione, un nuovo obiettivo comune – traducibile, ovviamente, in borsette e mocassini – un nuovo orizzonte verso il quale dirigersi insieme. E non più soli. 

Infatti Michele, nel comunicato ufficiale, niente più di questo ha augurato al suo staff, salutandolo: «Che possiate continuare a nutrirvi dei vostri sogni, materia sottile e impalpabile che rende una vita degna di essere vissuta. Che possiate continuare a nutrirvi di immaginari poetici ed inclusivi, rimanendo fedeli ai vostri valori. Che possiate sempre vivere delle vostre passioni, sospinti dal vento della libertà». Il compito di creare questi nuovi immaginari sarà di chi gli succederà. E se non saremo così fortunati, toccherà farlo da soli, come Rossella senza Rhett, come Theroux in The leftovers. Michele, in fondo, ci ha insegnato come si fa.

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