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Ruspoli, il principe ribelle e contadino – Marcello Veneziani

Nel giorno in cui nasceva il primo governo “di destra” in Italia, moriva l’antenato della destra sociale, anzi rivoluzionaria, populista e aristocratica, don Lillio Ruspoli, principe di Cerveteri. Lillio Marescotto Sforza Ruspoli non era vecchio ma di più, era antico. E non tanto perché aveva 95 anni; era coetaneo, anzi un po’ più vecchio della Regina Elisabetta, con cui aveva ballato quando erano ragazzi. Ma perché antica, anzi millenaria era la sua famiglia e antico il suo modo di essere, di vivere e di pensare, anche se poi lo applicava al tempo nostro. Don Lillio esibiva con noncuranza aristocratica un curriculum secolare, di quella romanità vetusta e papalina che aveva dimestichezza con regni e giubilei, sovrani e contadini, santi, pontefici e vitazzuoli. Ma il suo vero curriculum era un altro: principe ribelle, missino e terrafondaio, cioè combattente agrario, don Chisciotte aristocratico, peronista in lotta contro i poteri forti, i pescecani della finanza, le banche e i capitalisti, gli affaristi politici, gli usurai e gli affamatori dei popoli. Aveva un talento naturale per le cause perse, ha sempre scelto la parte sbagliata, con un fiuto che solo i veri nobili possiedono, destinato però a perdere con onore; ha coltivato, con principesca voluttà, la nobiltà della sconfitta. Fu quello il suo vero stemma araldico. Si unì ad altri pazzi, come il professor Giacinto Auriti che batteva moneta a Guardiagrele e lottava per la sovranità popolare della moneta. Fece suo motto un titolo che posi a un mio articolo in difesa dell’aristocrazia: meglio nobili che ignobili.

Non si è mai dato per vinto, ha sempre organizzato iniziative, convegni a casa sua o nel suo castello, liste e cortei, ha fondato movimenti, centri agrari, ha marciato coi forconi, le ruspe e i trattori per la Causa Rustica. A novant’anni si candidò sindaco nella sua Cerveteri, tentando di passare da Signore del Borgo a semplice Primo cittadino e capeggiò una lista dal nome splendido, lirico, pucciniano: Nessun dorma. Perse come sempre, con la sua lista insonne, ma sempre con onore.

Come avrete capito, gli volevo bene, lo conoscevo da una vita, con la sua consorte Pia Giancaro, attrice (l’abbiamo rivista sulle scene nel recente Dante di Pupi Avati). Lui era sempre presente nei miei convegni romani ed io non mancavo nei suoi eventi e l’ho sempre giustificato in quasi tutte le sue imprese temerarie. Ho saputo subito della sua morte da un comune amico, Gelasio Gaetani Lovatelli, un altro aristocratico di quella tempra. Confesso di avere un debole per la storia antica, per le vite blasonate, anche coi loro errori e le loro pazzie, o forse proprio per queste; per la sua fede cristallina anche se a volte esagerata, per il suo amore della terra e della tradizione, per la bellezza senile della sua figura, la dignità del suo incedere senza prosopopea; il suo fascino retrò. Ci accomunava la propensione nostalgica per i Signori e per gli Eroi in un’epoca volgare.

In casa Ruspoli vi furono sante e condottieri, eroi di guerra ad El Alamein e poeti del casato. Nobiltà nera, vissuta all’ombra di Santa Romanesca Chiesa, come amava dire il cardinale Ottaviani. Suo bisnonno Francesco ufficiale dei Dragoni pontifici difese il Papa Re a Mentana e a Porta Pia. Don Alessandro Ruspoli, con la benda nera all’occhio, era visse in pieno Novecento, Repubblica inclusa. Ma a vederlo sembrava evaso dal Quattrocento o disceso da una tela antica, vestito nell’antica uniforme, antenato di se stesso. E il suo vestire coincideva con il suo pensare. I reali Savoia, al suo cospetto, sembrano dei parvenu: ricordo una foto che li ritrae con lui, Gran Maestro del Sacro Ospizio Apostolico. Della nobiltà romana a don Giovanni Ruspoli non mancava nulla, dalla caccia alla passione per le donne, dall’amicizia col diavolo d’Annunzio a quella con l’Acquasanta papalina, e parlava con quel dialetto romanesco ingentilito dal Casato.Il mitico don Giovanni raccomandava al suo autista sanciopanza di andar piano «perché grazziaddio, ho molto tempo da perdere». Don Giovanni senza fretta. Lillio invece aveva una forte somiglianza con Re Umberto e per la proprietà transitiva, con Giorgio Napolitano, che non piaceva a Togliatti proprio perché somigliava troppo al Re di maggio.

Il fratello di Lillio era il celebre Dado Ruspoli, il viveur della Dolce vita che ispirò anche Flaiano, Fellini e la parodia di Totò, Imperatore di Capri. Attraverso i Ruspoli emergeva sorniona la Roma antica e godereccia, nobiliare e casereccia, mondana e devota. Rivedi la naturale dimestichezza con l’eterno, il sacro che coabita con il sarcasmo; quell’odore domestico di santità alla vaccinara che ricorda gli angoli di Roma papalina ove trovavi l’edicola di una Madonna o la luce di una mignotta; e a volte le due cose a fianco… Roma dove pure la corruzione era a conduzione famigliare e non c’era la grande criminalità del nord o del sud, anche se una certa facilità al coltello imperversava nei secoli passati e non solo nelle bettole della Roma popolana ma anche tra i nobili, Ruspoli inclusi. La loro famigliarità con il popolo, la magnificenza e insieme l’uso comune del dialetto, la confidenza con i propri stallieri, contadini e inservienti. All’età di 8 anni Lillio perse la madre e si prese cura di lui in Brasile suo nonno, Francesco Matarazzo, emigrato dal nostro sud, che diventò il più grande imprenditore brasiliano.

Lillio Sforza Ruspoli seppe cavalcare con leggerezza il suo tempo, seppe viverlo con distacco e passione, stravaganza e dignità, tutt’altro che da superstite; e restò uomo d’opposizione per tutta la vita. Sognò la Rivoluzione e insieme la Restaurazione, e seppe farsi beffe della moda e delle modernità. Meglio Principi che Arrampicatori.

La Verità – 27 ottobre 2022

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