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Tutto quello che a Napoli i berlusconiani non dicono su un leader allo sbando

Due giorni a Napoli: lo stato maggiore di Forza Italia si riunisce attorno a Silvio Berlusconi, che ritorna in pubblico più putiniano che mai. Nella grande sala della Mostra d’Oltremare ci sono tanti convitati di pietra, tante rimozioni che non devono turbare l’ostensione ai fedeli del corpo del Cavaliere. La vicenda polemica di Maria Stella Gelmini (il coordinatore in Lombardia fatto fuori e sostituito con la filosalviniana Licia Ronzulli) è la questione meno rilevante. Certo la ministra per i Rapporti regionali è la capodelegazione azzurra al governo e quindi la sua critica al capo indiscusso e indiscutibile ha fatto rumore. Addirittura sembrava che lei non volesse mettere piede alla convention partenopea e invece c’è, zittita dal coordinatore nazionale Antonio Tajani: le ha fatto presente che lei ha un incarico di rilievo nell’esecutivo, dunque che cosa vuole di più? 

Gelmini vorrebbe, ad esempio, che il partito sia meno eterodiretto da Matteo Salvini e che i moderati draghiani abbiano lo spazio necessario a non morire sovranisti. 

Eppure tutto questo è veramente de minimis. I veri problemi (statene certi) non sono discussi, e hanno i nomi di Vladimir Putin e di Giorgia Meloni. 

Ci sono le solite affermazioni sull’Ucraina, atti di fede formali all’atlantismo, flebili condanne verso Mosca, difesa del povero popolo ucraino che ha il diritto di difendersi, sì, ma non troppo. Nessuno però va al microfono per dire che le parole di Berlusconi sono sbagliate. Nessuno dice che non si può assecondare il despota del Cremlino con il quale il Cavaliere in passato ha festeggiato nelle dacie nascoste, ha passeggiato sul lungomare di Yalta dove, tra lo stupore di Silvio, tutti andavano a ringraziare Vladimir per aver riportato la Crimea alla Madre Patria. Nessuno osa commentare le affermazioni dell’ex presidente del Consiglio pronunciate al suo arrivo alla Mostra d’Oltremare e che ribadirà oggi: ovvero che bisogna assolutamente arrivare a una pace altrimenti andranno avanti le devastazioni e le stragi, che l’Europa senza leader (Emmanuel Macron? Mario Draghi? Non pervenuti ad Arcore) si deve unire per fare una proposta ai russi e agli ucraini. 

Attenzione, che proposta? «Fare accogliere agli ucraini le domande di Putin». Insomma, quel testone di Volodymyr Zelensky si deve mettere prono, Joe Biden deve smettere di mandare armi e di infastidire il «signor Putin», Draghi non deve seguire i falchi guerrafondai. «Io dico che mandare armi significa essere cobelligeranti, essere anche noi in guerra. Se dovessimo inviare armi, sarebbe meglio non fare tanta pubblicità».

Perché allora i parlamentari di Forza Italia abbiano votato il decreto che autorizza il governo italiano a mandare armamenti è il solito mistero buffo del mondo berlusconiano. 

Berlusconi e anche Salvini fanno una cosa in Parlamento e poi ne dicono un’altra. E perché gli ucraini dovrebbero accettare le condizioni di Mosca quando il presidente del Consiglio Mario Draghi ha detto e ripetuto in tutte le salse che un accordo ha senso solo se va bene a Kiev? 

Pure per il Cavaliere, quindi, il governo ha bisogno di un nuovo mandato politico sulle prossime mosse, armi comprese, come sostiene Giuseppe Conte? La narrazione di Berlusconi è un continuo dichiarare e correggere il tiro, togliersi la maschera, far sentire il cuore che batte per il signore della guerra e un minuto dopo invocare il Partito popolare europeo, l’Europa…

C’è poi una questione tutta italiana e interna al centrodestra. A Napoli l’altro convitato di pietra è Giorgia Meloni. Il nodo è così sintetizzabile: successione al trono. Più prosaicamente, chi sarà il candidato presidente del Consiglio del centrodestra? Salvini e Berlusconi indicheranno al capo dello Stato la leader di Fratelli d’Italia se il suo partito uscirà come primo dalle urne? Sarà lei a essere incaricata a formare il governo, in caso di vittoria elettorale del centrodestra? Meloni intende proprio questo quando sostiene che i vertici devono servire a scrivere le regole di ingaggio per escludere ogni alleanza con i Cinquestelle e il Partito democratico. È questo il significato del suo insistere sulla conferma della candidatura siciliana del governatore uscente Nello Musumeci: vuole che le sue proposte siano prese in considerazione, chiede il riconoscimento del suo ruolo sulla base del consenso conquistato sul campo. 

È inutile che i suoi alleati-coltelli le facciano presente che con Musumeci si perde, che la candidatura a Roma di Michetti voluta fortissimamente da lei si sia rivelata un fallimento totale. Ma soprattutto, pretendere di essere già candidata a Palazzo Chigi da Salvini e a Berlusconi sembra loro assurdo. Nonostante siano stati proprio loro a dire che il primo partito della coalizione esprime la premiership. Ma lo dicevano quando una volta il primo partito era Forza Italia e successivamente la Lega. 

Adesso le cose sono cambiate. E in particolare, fanno presente i berluscones, avete presente che cosa accadrebbe in Europa e nel mondo se dovessimo avere il presidente dei Conservatori europei, l’amica dei polacchi e di Viktor Orbán alla presidenza del Consiglio? Dovrebbero pure spiegare però perché Meloni no e invece Salvini (uno dei maggiori leader europei dei sovranisti e del gruppo europarlamentare più anti-europeo) sì. 

Ecco, tante cose non verranno dette tra oggi e domani a Napoli. Ad esempio che Meloni potrebbe essere tentata di correre da sola (un pensierino lo sta facendo), fregandosene se l’attuale legge elettorale spinge alle coalizioni per concorrere nei collegi uninominali. Alla convention partenopea non verrà esplicitato l’avviso alla sovranista Meloni, ma il messaggio è partito dalle colonne del Giornale. 

La tesi della realcasa d’Arcore è che un governo a guida Meloni spaventerebbe l’Unione europea, mercati e gli investitori. Viene citato Bloomberg, si ricorda che far finta di non preoccuparsi della «finanza globalista è politicamente suicida». E, ancora, «bisogna stringere relazioni con le forze politiche dei principali Paesi della Ue: non bastano i polacchi», scrive Il Giornale, citando il Ppe e Biden. «Meloni tutto questo lo sa. Come sa che, in caso contrario, un suo governo durerebbe come un gatto in tangenziale». 

Il cerchio tra politica estera e interna si chiude. Sono stati messi in mezzo pure i polacchi, i più agguerriti al fianco degli ucraini, che però non bastano a legittimare Meloni e danno molto fastidio a Putin. Nel centrodestra scorrono veleni e sospetti: perché Draghi non perde occasione per ringraziare pubblicamente in aula la Meloni per il sostegno sulla vicenda ucraina? La spiegazione, il retropensiero, il timore o l’allucinazione è che nella prossima legislatura ci sarà sempre e comunque bisogno dell’attuale presidente del Consiglio, anche se Fratelli d’Italia sarà il primo partito. A quel punto nulla è escluso, se la guerra in Ucraina dovesse malauguratamente continuare, neanche un altro governo Draghi sostenuto questa volta apertamente dall’atlantista Meloni. Magari con un suo ministro dentro, come l’ex viceministro alla Difesa Guido Crosetto. Queste cose a Napoli non le sentirete di sicuro.

 

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