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Ucraina: dare spazio alla diplomazia e non alimentare l’odio

L’incontro di Antalya tra i ministri degli Esteri russo e ucraino non ha sortito risultati tangibili, come abbiamo scritto ieri. Ma ciò era chiaro fin da prima, dal momento che non c’erano le condizioni per un’intesa. E, però, il solo fatto che si siano incontrati deve essere registrato come un successo, dato il clima polarizzato del momento.

Segno di tale clima è anche il fatto che i media internazionali non hanno dato quasi nessuna visibilità all’incontro prima del suo svolgersi, come se fosse particolare di nessun interesse rispetto al teatro bellico, indice che le forze che spingono per un confronto a tutto campo stanno prevalendo su quelle che cercano una soluzione a questa tragedia.

Così le riflessioni di Domenico Quirico sulla Stampa, che ha salutato con sollievo l’inizio di un impegno diplomatico, vanno lette con sollievo e grande attenzione.

“Il ritorno possibile della diplomazia – scrive – significa un metodo: che le cose vanno affrontate e non subite, mantenere aperti i canali di comunicazione con il nemico, parlare, mediare, anche e soprattutto in segreto, non c’è nulla di cui vergognarsi, perché strappare anche un solo giorno alla guerra, abbreviarla significa salvare vite, cose, speranze”.

“L’Europa può dimostrare la sua compattezza soprattutto diventandone protagonista anche a costo di seguire una via che non piacerà agli americani. In fondo nessuno meglio degli europei la conosce”.

E ancora: “Gli uomini che possono fermare la guerra sono consapevoli che sono i rapporti di forza a regolare gli equilibri tra le nazioni, non sono dei santi che sognano un impossibile mondo pacificato. Il dovere di un diplomatico è di ribadire la verità come lui la vede, senza manipolarla in base a considerazioni di politica interna [ed estera si può aggiungere ndr.] del suo Paese”.

Nel tentare tale via, “la prima regola è quella di non demonizzare mai l’avversario, definirlo animale, mostro, nemico del genere umano come ha fatto una masnada di sedicenti diplomatici popolata di precipitosi, di petulanti nevrastenizzati, privandosi così della possibilità di indicare mediatori”.

Tale deriva, spiega Quirico, si è accentuata nei “tempi delle guerre senza fine, infinite perché inestinguibili, perché il nemico è inavvicinabile e esige non solo la vittoria ma la purificazione”. E cita ad esempio al Qaeda e il Califfato, ma si potrebbero aggiungere alla lista Saddam. Gheddafi e Assad (solo per fare qualche esempio), altri nemici di questi tempi di guerre senza fine, demonizzati fino a paragonarli a Hitler, anch’essi privati di ogni status umano atto a intavolare trattative.

E, nelle conclusioni, avverte: “Quando gli uomini dell’apparato della Forza mettono un piede nella porta è impossibile comandarli o trattare con loro. L’unico modo per imbrigliare i militari è quello di tenerli completamente fuori dai problemi. Altrimenti rapidamente, impercettibilmente giorno dopo giorno, sono loro a prendere in mano le redini del gioco. Chiederanno sempre di più, e a poco a poco la guerra diventa ancor più un grande conflitto barbarico”.

La barbarie non si rinviene solo nella guerra. Essa, purtroppo va a investire anche l’informazione, che viene subordinata alle esigenze di guerra, così che i suoi fruitori non sono più trattati da soggetti ai quali dare informazioni, un popolo che necessita di un servizio attendibile per orientarsi e formarsi un’opinione, quanto a un’utenza che va formata a odiare il nemico e a supportare tutte le ragioni della parte alla quale si è subordinati.

Avviene così in Russia, sta avvenendo anche da noi. In altra nota abbiamo riferito l’articolo del New York Times che elogia la disinformazione, che si attua sia con la censura, obliterando o bollando come Fake News le informazioni non in linea con la narrativa ufficiale (non importa se siano veritiere o meno), sia inondando la pubblica opinione di informazioni “corrette”.

In questa barbarie, la Reuters riporta che la piattaforma Meta (Facebook e Instagram) si è ingaggiata a suo modo in questa guerra, dando via libera all’odio verso il nemico.

Interessante il commento di Dagospia a tale notizia: “La libertà di opinione, secondo la Silicon Valley. La violenza va condannata quando colpisce i ‘buoni’. Facebook e Instagram consentiranno i post che invocano la violenza contro i soldati russi o minacciamo la morte di Putin. Sarà modificata temporaneamente la politica sull’hate speech in alcuni Paesi, mentre i media statali russi RT e Sputnik saranno bloccati (è il solito doppio standard dell’Occidente tra censura e propaganda stiamo diventando come Putin)”.

Si noti che i social sono stati al centro di una recente polemica, quando si è scoperto che essi alimentano l’odio perché produce più interazioni e incrementa l’attenzione del pubblico, a maggior profitto degli stessi social (vedi Piccolenote).

Così questa guerra non produce tragedie solo sul campo di battaglia, ma anche odio altrove. Il rischio che qualcuno cavalchi l’odio che sta dilagando c’è e il fatto che tale sviluppo non sia motivo di preoccupazione, anzi viene alimentato, allarma ancor più.

Tale decisione di Meta giunge dopo un’altra che suscita analoga perplessità, quella di consentire l’elogio aperto del battaglione Azov, prima vietato. Così The Intercept: “Facebook consentirà temporaneamente ai suoi miliardi di utenti di elogiare il battaglione Azov, un’unità militare neonazista ucraina precedentemente vietata dalla libera discussione”.

“Il cambiamento politico, compiuto questa settimana, è stato deciso dopo l’invasione russa dell’Ucraina e le precedenti escalation militari. Il battaglione Azov, che funge da braccio armato del più ampio movimento nazionalista bianco ucraino Azov , iniziò come milizia volontaria anti-russa prima di entrare formalmente nella Guardia nazionale ucraina nel 2014; il reggimento è noto per il suo ultranazionalismo di estrema destra e per l’ideologia neonazista che pervade i suoi membri”.

“Sebbene negli ultimi anni abbia minimizzato le sue simpatie neonaziste , le affinità del gruppo non sono blande: i soldati Azov marciano e si addestrano indossando uniformi recanti le icone del Terzo Reich; la sua leadership avrebbe corteggiato elementi dell’alt-right americana e neonazisti; e nel 2010, il primo comandante del battaglione ed ex parlamentare ucraino, Andriy Biletsky, ha dichiarato che lo scopo nazionale dell’Ucraina era quello di ‘guidare le razze bianche del mondo in una crociata finale… contro Untermenschen [subumani] guidati dai semiti’”.

Reputiamo che sotto questo profilo, e altri, si stia giocando con il fuoco, col rischio di provocare incendi incontrollabili.

Da Sky news: in un colloquio con il presidente bielorusso Lukashenko, Putin ha detto “che ci sono stati ‘alcuni cambiamenti positivi’ nei colloqui con l’Ucraina e che quei negoziati stanno continuando quotidianamente”.

Ps. Si potrebbe obiettare che l’allarme della nostra nota suona irenico, se non di connivenza col nemico, alla violenza del quale sembra si voglia rispondere con un mazzo di fiori. Non si coglie il punto. Di fronte alla violenza del Terrore si è risposto con la fermezza necessaria e la raccomandazione a non cambiare il nostro stile di vita”.

Così anche la fermezza è stata conservata durante le varie crisi della Guerra Fredda, evitando sia a tali crisi di dilagare sia di sviluppare germi nefasti nel nostro ambito. Peraltro, e infine, si può facilmente osservare, scorrendo le note di Dagospia ,che l’autore della considerazione da noi riferita non è certo un fan di Putin.

 

 

 

 

 

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