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Ucraina: senza una de-escalation si va alla guerra atomica | Piccole Note

Immagine d'archivio di Vladimir Putin Tempo di lettura: 5 minuti

Il discorso di Putin sulla deterrenza nucleare, cioè che, in caso di attacco alla Russia, Mosca avrebbe usato le testate atomiche, tiene banco. Tale dichiarazione che ha un significato ancora più forte se si tiene conto che nelle aree del Donbass controllate dai russi si terrà un referendum sulla loro adesione alla Russia (la narrativa vuole che sia “orchestrato“, dimenticando che dal 2014 i filorussi che vi abitano, bollati come “terroristi“, sono alla mercé dei bombardamenti di Kiev).

Putin non sta bluffando

Al solito, per eludere la drammaticità del momento e continuare come nulla fosse a sostenere l’Ucraina fino alla vittoria sulla Russia, diversi politici e opinion makers dicono che Putin sta bluffando. E ciò nonostante il fatto che Putin abbia chiarito che il suo “non è un bluff”.

Invece appare ragionevole quanto annota Domenico Quirico sulla Stampa: “Il discorso di Putin dà il nome alle cose, disocculta il non detto: la Bomba non è più silenzio, una disgrazia di cui è meglio tacere, una insoluta possibilità che appartiene alle ipotesi possibili”.

Sul punto si era interpellato a suo tempo anche Stephen M. Walt, che a maggio, riferendosi al rischio di un’escalation nucleare nel conflitto ucraino, ha scritto questo per Foreign Policy: “Sono preoccupato anche perché Putin quando in passato ha lanciato degli avvisi, gli ha poi dato seguito. Nel 2008, la Russia ha chiarito che era assolutamente contraria all’adesione alla NATO dell’Ucraina o della Georgia e che avrebbe fatto tutto il possibile per impedire a entrambi gli Stati di aderire”.

“Poco dopo è scoppiata la guerra in Georgia e da allora il conflitto congelato ha tenuto fuori discussione l’adesione della Georgia alla NATO. Nel 2014, Mosca ha chiarito ancora una volta che considerava l’estromissione del presidente ucraino Viktor Yanukovich, uno sconvolgimento interno sostenuto dagli Stati Uniti, come una minaccia altrettanto seria. Ha risposto conquistando la Crimea e sostenendo una rivolta separatista nel Donbass”.

“E poi, nel 2021, le preoccupazioni per gli sforzi occidentali per armare l’Ucraina e la crescente cooperazione in materia di sicurezza tra Washington e Kiev hanno portato Putin a mettere un grande esercito al confine e a minacciare un’azione militare se le sue preoccupazioni non fossero state affrontate. Gli Stati Uniti e la NATO si sono rifiutati di riconsiderare l’impegno a far diventare l’Ucraina un membro dell’alleanza, e sappiamo tutti cosa è successo dopo. Invece di liquidare gli avvertimenti russi come un bluff, forse Washington dovrebbe prenderli sul serio”.

No, non affatto un bluff, come sostiene anche Quirico, che nel suo articolo spiega che, se finora si è elusa la grande domanda, ora è il momento di porla. “Che fare?”. E ha evocato la crisi dei missili cubani, quando Unione sovietica e Stati Uniti sono riusciti a trovare un compromesso.

Tale crisi fu evitata grazie a un accordo: i sovietici ritirarono i missili inviati a Cuba e gli Stati Uniti riposizionarono i loro, dispiegati in Turchia e in Puglia. Un accordo che Quirico non cita perché inutile nel contesto dell’articolo, ma è bene ricordarlo, ché la pace si fa tra nemici e, senza una chiara vittoria di una parte, solo grazie a un compromesso.

Ignatius e la crisi dei missili cubani

Se citiamo questo passaggio dell’articolo di Quirico è perché, per una felice coincidenza, David Ignatius, autorevole cronista americano, pubblica sul Washington Post un articolo dal titolo: “Per affrontare Putin, Biden dovrebbe studiare la crisi dei missili cubani”.

Anche Ignatius prende sul serio il discorso di Putin e ne trae le conseguenze. La prima è che l’Occidente “non può capitolare”, consegnando la vittoria alla Russia, ma deve anche comprendere la drammaticità del momento.

“I leader del mondo – continua Ignatius – ora devono pensare con la stessa combinazione di tenacia e creatività che il presidente John F. Kennedy ha dimostrato durante la crisi dei missili cubani […]. Ciò significa tracciare una linea ferma – Kennedy non ha mai vacillato sulla sua richiesta che i missili sovietici fossero rimossi da Cuba -, ma anche cercare modi per diminuire l’escalation”. Compito di Biden è quindi quello di tentare di “emulare la chiarezza e la finezza diplomatica di JFK. Un buon inizio, sempre, è capire il tuo avversario”.

Putin è convinto che l’Occidente voglia distruggere il suo Paese, prosegue Ignatius. Si potrebbe aggiungere che tale percezione non è così astratta, come invece egli sostiene, ma non è il caso di sottilizzare.

Importante, invece, è quanto scrive di seguito: “Un messaggio che Biden deve inviare, a Putin e al popolo russo, è che l’Occidente non cerca il predominio. Tracciare un percorso verso la reciproca stabilità nel dopoguerra [ucraino], se la Russia interrompesse la sua aggressione, sarebbe un inizio”.

Molto più significativo quanto aggiunge di seguito: “Il genio di Kennedy nella crisi dei missili cubani è stato quello di rispondere a un messaggio del leader sovietico Nikita Khrushchev che offriva un percorso per la de-escalation, piuttosto che ai suoi messaggi più bellicosi”.

“C’è una via di uscita simile con l’Ucraina? Ne dubito. Ma sono rimasto colpito dal fatto che Putin nel suo discorso di mercoledì abbia ripetuto la stessa affermazione che aveva fatto in una conferenza stampa tenuta la scorsa settimana in Uzbekistan: che cioè la Russia si era impegnata per una “soluzione pacifica” nei negoziati di fine marzo mediati dalla Turchia a Istanbul, ma che l’Ucraina e l’Occidente si erano tirati indietro (1). Ok, questa è la lettera a cui rispondere”.

“L’Ucraina, per ora, non mostra alcun interesse per il tipo di processo diplomatico che Biden ha affermato come necessario per porre fine alla guerra. Gli ucraini vogliono sfruttare il loro vantaggio raggiunto con i russi in ritirata, riconquistando quanto più territorio possibile prima dell’inverno. C’è una specie di comma 22 in questa situazione [il riferimento è a un romanzo su un circolo vizioso in ambito militare causato dalla follia ndr]: quando gli ucraini stavano perdendo terreno la scorsa estate, non volevano negoziare perché deboli. Ora che stanno avanzando, non vedono alcun motivo per scendere a compromessi da una posizione di forza. Kiev ha bisogno di un controllo della realtà sulle sue prospettive sul campo di battaglia a lungo termine“, che evidentemente egli vede non così propizie.

Più che interessante la conclusione della nota: “Kennedy è riuscito a risolvere la crisi dei missili cubani per due motivi. In primo luogo, ha dimostrato di essere pronto a rischiare una guerra nucleare per fermare una mossa sconsiderata di Mosca. In secondo luogo, attraverso un canale segreto, ha trovato una modalità salvavita per evitare la catastrofe finale. Biden dovrebbe studiare entrambe le lezioni”.

Giustamente Quirico conclude con un riferimento alla Prima Guerra mondiale, il conflitto che nessuno voleva, causato dal precipitare e dalla sottovalutazione degli eventi.

(1) Si continua a eludere la questione, pure non secondaria: è vero quanto afferma Putin? Se vero, come sembra, la storia di questa maledetta guerra va riscritta, anche considerando il fatto che allora le vittime erano relativamente poche, due -tre migliaia al massino, e non le decine di migliaia attuali. Si ricordi anche che, nella temperie, l’intelligence ucraina uccise uno dei suoi negoziatori, particolare da approfondire.

P.S. A proposito di bluff e scommesse può essere interessante la lezione che il Prof. Alessandro Barbero, professore di Storia Medievale e celeberrimo divulgatore, tenne nel 2014 sulle origini della I Guerra Mondiale. In quei mesi drammatici tutti gli attori principali persero la loro “scommessa” e la somma di tutti i bluff fecero divampa un conflitto che forse nessuno si aspettava. Buona visione!

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