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Vi racconto dibattiti e baruffe nel centrosinistra e nel centrodestra

Parole, mosse e obiettivi di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Pd, Azione, Italia Viva e non solo. La nota di Paola Sacchi

 

“O noi o Meloni”, “o noi o I nazionalismi”. Enrico Letta scandisce l’alternativa ai suoi parlamentari, la parola centrodestra neppure la nomina. Si limita a dire solo “destra”. Evidente ormai anche agli ingenui il tentativo di stressare sempre più la discussione in atto nel centrodestra sulla premiership dove sono ripartite le fibrillazioni in seguito al secco richiamo della presidente di Fratelli d’Italia, in testa ai sondaggi, per il rispetto della regola per cui in caso di vittoria chi ha un voto in più indica il candidato premier, altrimenti “non ha senso governare insieme”.

Sembra quello di Letta il gioco di rimessa da parte di un Pd spiazzato dal venir meno dell’alleanza con Giuseppe Conte e i suoi Cinque Stelle. Un Pd alla ricerca di un fronte di tutto e il contrario di tutto, dalla sinistra radicale di Nicola Fratoianni, passando per la galassia centrista di Carlo Calenda e Luigi Di Maio. Possibilmente fino a qualche ex Forza Italia per “conquistare anche gli elettori di FI”, come ha elencato negli obiettivi? Come sarà possibile riuscirci con un fronte guazzabuglio del genere è un mistero.

Matteo Renzi annuncia di correre da solo con la sua Iv, visto l’atteggiamento non esattamente conciliante di Letta e la sua strategia “occhi di tigre”, nonché la grande incertezza sulla premiership. Con Calenda che vorrebbe Mario Draghi ma non esclude neppure se stesso.

Il rischio insomma è che la sinistra sappia solo metter su alleanze contro, agitando sfracelli e spauracchi in caso di vittoria degli avversari.

Ecco, se però c’è una cosa in cui la sinistra, il centrosinistra, nettamente sotto al centrodestra dato in forte vantaggio da tutti i sondaggi, sono più esperti, queste sono le manovre di Palazzo.

Obiettivo: enfatizzare la leadership di Meloni non solo per demonizzarla ma anche per disarticolare la coalizione di cui fa parte. Cosa che ovviamente la leader di FdI ha ben chiara.

Spetta però ora a lei e al centrodestra tutto saper reagire a questa precisa strategia. Non correre il rischio di tafazzismi incomprensibili agli occhi degli elettori. Spetta al centrodestra, che stasera si riunirà a Montecitorio con Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi – con loro anche i centristi di Udc, Lorenzo Cesa, e di “Noi con l’Italia”, Maurizio Lupi – non farsi schiacciare nella parte in cui il Pd e sinistra varia vorrebbero metterlo. E cioè la parte di quelli che litigano, impiccandosi subito alle formule e ai collegi da suddividere.

FdI ne chiede il 50 per cento circa, richiamando al rispetto della regola applicata nel 2018 per la quale ci si è basati sulle rilevazioni dei maggiori istituti di sondaggio. Gli alleati chiedono che si tenga anche conto degli ultimi risultati elettorali effettivi. Meloni fa notare che il suo partito ha sempre obbedito alle regole. Rimarcando in sostanza che non si capisce perché dovrebbero cambiare ora che il suo partito viene dato come il più forte.

Silvio Berlusconi in una intervista al Corriere della sera ieri ha replicato secco che le discussioni sulla premiership non lo “appassionano”, anche perché “non mi sembra che gli altri abbiano già deciso il candidato premier”, e soprattutto perché “gli italiani da noi si aspettano proposte” e comunque “tutti i leader del centrodestra, sia Meloni che Salvini e un esponente di FI hanno le credenziali democratiche per fare il premier”. Il suo numero due, Antonio Tajani, taglia corto: “Non è il momento per discuterne ora. Chi vincerà alzerà la coppa, ma, intanto, vinciamola”.

Matteo Salvini ha una posizione intermedia, è d’accordo con Meloni sul fatto che il partito con più voti “avrà l’onore e l’onere di indicare il premier” ma avverte anche che “le liti vanno lasciate tutte alla sinistra”, “le liti sono perdite di tempo”. E lancia la sua sfida con l’obiettivo di “almeno il 20 per cento” per la Lega. Suona come un alt a Meloni nella sua strategia di sfondamento al Nord.

Una situazione in cui FdI ha superato alle Amministrative la Lega ma non è stato trainante alla prova dei fatti a Verona, ad esempio, dove ancora brucia la sconfitta dell’ex sindaco (FdI) Federico Sboarina.
Un’ipotesi di soluzione per uscire dall’impasse, intanto, potrebbe essere quella che i tre partiti indichino i propri candidati premier: FdI Meloni, Lega Salvini, FI Tajani come avvenne nel 2018. Quando Berlusconi indicò il suo numero due, ex presidente del Parlamento Europeo. Dopo aver evocato nomi come lo stesso Draghi ma anche il top manager Sergio Marchionne.

La presidente di FdI ha ottenuto che il vertice di oggi alle 5 della sera si tenesse in una sede istituzionale e non più nelle residenze private di Berlusconi. Ma, a meno di improvvisi cambi di sede, il caso ha voluto che i leader del centrodestra si riuniscano a Montecitorio, proprio sotto l’enorme quadro della battaglia di Lepanto voluto nella sala della Lega dal suo fondatore Umberto Bossi. La sala Bruno Salvadori del gruppo leghista, fatta intitolare dal Senatùr all’autonomista valdostano, è infatti la più ampia tra quelle che i partiti del centrodestra hanno a disposizione alla Camera. Non un vertice a casa di “Silvio”, ma in “casa” Lega, seppur nella sede istituzionale di Montecitorio.

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