ucraina:-nessuno-spazio-alla-diplomazia-|-piccole-note

Ucraina: nessuno spazio alla diplomazia | Piccole Note

Anziana signora cammina tra i resti si un bombardamento in una città Tempo di lettura: 4 minuti

Pace-cessate il fuoco sono parole ormai bandite dalla narrazione della guerra ucraina. Nessuno ne parla più, almeno tra quanti hanno qualche potere in tal senso, né i media internazionali indugiano più sul tema. Anche i russi, dopo aver ribadito più volte la loro disponibilità al negoziato hanno dovuto arrendersi all’evidenza che l’Occidente non farà pressioni su Zelensky perché abbracci un sano realismo e recepisca l’idea che la pace si ottiene col compromesso, mettendo da parte il massimalismo brandito finora.

La vittoria degli ultra-atlantisti

Infatti, chiedere il ritiro dei russi da tutto il territorio ucraino, Crimea compresa, come fa Zelensky (e i suoi sponsor), equivale a chiedere la resa di Putin, cosa impossibile da accettare dallo zar come anche delle élite russe, le quali sanno bene che una sconfitta secca porterebbe a breve a un collasso della loro nazione.

Le élite atlantiste stavolta non correrebbero il rischio di una ulteriore rigenerazione del rivale geopolitico. Al tempo reputarono che favorendo l’ascesa al potere di Boris Eltsin avessero risolto i loro problemi con Mosca, ma lasciando intatto il suo immenso territorio, gli offrirono la possibilità di tornare nell’agone internazionale.

Non accadrà di nuovo. Se la Russia perde questa guerra mondiale, sarà smembrata in diversi Stati, che i club atlantisti si periteranno di mettere l’uno contro l’altro, un divide et impera che impedirà alla radice un nuovo revanscismo russo.

Stando così le cose, le possibilità della diplomazia sono collassate. Ma ciò non deve trarre in inganno: non è l’estenuante braccio di ferro Mosca-Kiev ad aver prodotto tale risultato, ma l’esito della diuturna guerra di logoramento consumata in Occidente dai circoli atlantisti – che hanno molti strumenti e affiliati – contro le forze politiche, economiche e culturali che hanno cercato di aprire vie al negoziato.

L’atlantismo ha trionfato (meglio, l’ultra-atlantismo, ché Kissinger, pure atlantista, aveva una prospettiva più realista sul confronto con la Russia). E ciò non ha un riflesso solo nel ristretto ambito della guerra ucraina, ma ha conseguenze anche sugli assetti di potere all’interno dell’Occidente, nonché sulla tenuta stessa della democrazia (si veda il monito di Dwight D. Eisenhower sulla minaccia posta dal complesso militar industriale alla democrazia americana).

Putin e il lungo processo conflittuale

Il collasso della diplomazia era ben presente anche nell’ultimo discorso di Putin, ripreso da tutti i media occidentali, nel quale ha affermato che l’operazione militare speciale, come viene definita dai russi, sarà un processo lungo.

Frase che indica diverse cose. Anzitutto, parlando di un lungo processo non si riferisce solo alla guerra in atto, ma al confronto più generale con l’Occidente, che ha come posta in gioco il ritorno all’unipolarismo o l’attestarsi provvisoriamente definitivo del multilateralismo.

Uno scontro che si gioca a livello globale, come dimostra ad esempio l’intesa russo – indiana di avviare scambi commerciali in rupie e rubli, meccanismo che serve a evitare le sanzioni contro la Russia, ma soprattutto partecipa del tentativo di Mosca e Pechino di relegare al passato la dipendenza globale dal dollaro.

In secondo luogo, le parole di Putin potrebbero indicare che la Russia ha deciso di non procedere con un’offensiva su ampia scala in questo inverno, prevista da tanti. Prima di dar seguito all’ipotesi, infatti, lo Stato maggiore russo deve per forza procedere a un confronto costi – benefici, e forse ha concluso che tale attacco non conviene.

In terzo luogo, va considerato che, nonostante il fronte bloccato, il conflitto resta ad alta intensità. I russi restano attestati in difesa, limitando gli attacchi a pochi obiettivi mirati, mentre gli ucraini si producono in offensive estenuanti.

Una strategia delineata dal generale Valeriy Zaluzhnyi, comandante in capo delle forze armate ucraine, in un articolo pubblicato a suo tempo su Ukrinform, nel quale spiegava che l’esercito ucraino sarebbe stato lanciato in “diversi contrattacchi consecutivi e idealmente simultanei per tutto il 2023″.

La macelleria ucraina e l’ipotesi coreana

Una strategia anticipata, che implica che i militari ucraini siano letteralmente mandati al macello contro le difese russe. Ad oggi non si conoscono i numeri delle vittime, ma è certo che sono spaventosamente alti, basti ricordare i 100mila militari ucraini uccisi riferiti da Ursula von der Leyen, che ha poi corretto (o è stata invitata a correggere) il tiro. Il numero dei morti forse si saprà solo alla fine: c’è il rischio che l’opinione pubblica inizi a domandarsi se valga la pena proseguire la mattanza.

Tale premessa serve a dire che forse i russi stanno iniziando a reputare che è meglio restare trincerati, in attesa che gli ucraini si facciano ammazzare in attacchi insensati, mentre la capacità di supporto della nazione viene degradata dagli attacchi aerei di Mosca.

È più che probabile che il comando russo stia valutando tale possibilità, dal momento che la Nato può certo supportare l’esercito ucraino, può anche rinfoltirne le fila, come sta facendo, con i volontari arruolati in mezzo mondo, ma non può sostituirlo del tutto.

Così, l’attesa potrebbe produrre un degrado tale delle capacità militari degli ucraini da offrire il destro per un’offensiva postuma dei russi. Una prospettiva ben presente ai circoli Nato, che per evitare la disfatta sembra che stiano prendendo in seria considerazione l’idea di un intervento diretto nel conflitto.

È quanto sembra sottendere l’ultimo discorso di Jens Stoltenberg, del quale dà conto il New York Times titolando così: “Il segretario generale della NATO avverte che una ‘guerra in piena regola’ con la Russia è ‘una possibilità reale’”.

Infine, va tenuto presente che il congelamento del fronte potrebbe dar vita a uno scenario di tipo coreano, che all’inizio della crisi fu ventilato da tanti (ad esempio Fareed Zakaria sul Washington Post). La guerra di Corea tra Stati Uniti e Cina ebbe termine, appunto, dopo un lungo periodo di stabilizzazione del fronte, che indusse i contendenti a più miti consigli. Forse in Russia hanno fatto anche questo calcolo o forse no, ma lo scenario attuale si presta al parallelo. Sperare non costa nulla. Vedremo.

Related Posts

Lascia un commento